Oristano Provincia

Area archeologica di Tharros

L’antica città di Tharros sorge nell’estrema propaggine della penisola del Sinis, che termina a sud con il promontorio di Capo San Marco. L’area conserva numerose testimonianze del periodo nuragico, tra cui due nuraghi e il villaggio sulla collina di Muru Mannu, ma la fondazione della città è avvenuta ad opera dei fenici, attorno alla fine dell’VIII secolo a.C. Dell’epoca fenicia non resta praticamente nulla nei ruderi del centro urbano, le più antiche testimonianze provengono infatti dalle due necropoli ad incinerazione risalenti alla metà circa del VII sec.a.C. e dal più antico strato di frequentazione del Santuario Tofet, dove venivano cremati e deposti in urne i bambini morti in tenera età; come per tutte le più importanti città fenicie, fu fondato contemporaneamente alla città, sulla collina di Muru Mannu, sfruttando le emergenze murarie delle capanne del villaggio nuragico, a quell’epoca abbandonato da diversi secoli. I vari strati di deposizione delle urne, ormai tutte rimosse e attualmente conservate al Museo Archeologico di Cabras, mostrano che l’area sacra fu frequentata oltre che nella successiva età punica, fino in età romana.

 

Santuario di Santu Antinu

E’ un santuario campestre ubicato nel territorio di Sedilo. Nell’area intorno alla chiesa, denominata “sa corte”, si svolge nel mese di luglio l’Ardia, spettacolare corsa a cavallo in onore di san Costantino, titolare del santuario, il cui culto nell’isola è eredità della dominazione bizantina. La chiesa sorge all’interno di una vasta area in pendenza cinta da mura, da cui si gode una vista panoramica sul vicino lago Omodeo. Lungo il perimetro del santuario sono disposti i locali (in sardo cumbessias o muristenes) destinati al riparo e all’accoglienza dei pellegrini. Non si conosce l’epoca esatta di fondazione della chiesa, tuttavia l’edificio attuale venne impiantato intorno al XVI secolo in stile gotico catalano e fu ristrutturato nel XVIII secolo. Del primo impianto rimane il presbiterio a pianta quadrangolare con volta a crociera e costoloni con peducci scolpiti alla base. L’aula, divisa in tre navate da pilastri e archi a tutto sesto, voltata a botte è ascrivibile all’epoca successiva. L’aula è conclusa, a ridosso del presbiterio, con un arco ogivale. La facciata, in trachite rossa a vista, è a terminale curvilineo. Il portale è sormontato da timpano retto da due semicolonne. Ai lati e all’interno del timpano si trovano tre nicchie, mentre sopra si apre una finestra rettangolare. Sul lato sinistro della facciata si innalza un piccolo campanile a vela. All’interno del santuario sono esposti numerosissimi ex voto.

 

Sa Sartiglia di Oristano

La Sartiglia è una delle manifestazioni carnevalesche sarde più spettacolari e coreografiche. Il nome deriva dal castigliano “Sortija” e dal catalano “Sortilla” entrambi aventi origine dal latino sorticola, anello, ma anche diminutivo di “sors”, fortuna. Nell’etimologia del termine è racchiuso il senso della giostra come una corsa all’anello, una giostra equestre legata strettamente alla sorte, alla fortuna, ai riti pagani propiziatori di fertilità della terra. Le origini della Sartiglia sono da ricercarsi nelle gare equestri medievali, praticate già dai Saraceni ed introdotte in Occidente dai Crociati tra il 1118 e il 1200. Questa corsa all’anello, probabilmente presente ad Oristano già nel 1350, potrebbe essere stata eseguita per la prima volta in occasione delle nozze del giudice Mariano II.

La Sartiglia della domenica di Carnevale si svolge sotto la protezione di San Giovanni Battista e le sue fasi cerimoniali sono organizzate e dirette dal Gremio (una sorta di corporazione) dei Contadini, mentre il martedì i riti sono a cura del Gremio dei Falegnami, sotto la protezione di San Giuseppe. Il protagonista della Sartiglia è Su Componidori, il cavaliere, il cui nome deriva da quello del maestro di campo della “sortija” spagnola, chiamato “componedor”. La festa inizia con il lungo rituale della vestizione del capo-corsa il quale, seduto sopra un tavolo di legno, da quel momento non potrà più toccare terra fino alla fine della giornata. Le donne, “is Massaieddas”, vestono il cavaliere con una camicia bianca, pantaloni e “cojettu” di pelle (sorta di gilet), coprono il suo viso con una maschera androgina tenuta ferma con una fasciatura, poi gli adornano il capo con un velo da sposa e un cilindro nero: uomo e donna al tempo stesso, su Componidori diventa una sorta di semidio.

Dentro la Sartiglia convivono elementi di tradizione e cultura tramandati da centinaia e probabilmente da molte migliaia d’anni. In questa manifestazione, che ad Oristano è vissuta con intensità emotiva indescrivibile sin dai tempi del Giudicato d’Arborea, sopravvivono probabilmente alcuni degli aspetti più interessanti e inesplorati della ritualità pagana, contaminata dai cerimoniali di origine cristiana.