Nuoro Provincia

La Barbagia

Le primissime testimonianze della presenza umana in questo territorio risalgono alla preistoria: si tratta della mascella di un uomo, di resti di ossa di cervo con segni di combustione e di pietre lavorate, trovati nella grotta Corbeddu a Oliena e datati intorno al 14.000-12.000 a.C. I millenni successivi corrispondono agli strascichi dell’era glaciale di Würm, e infatti per ritrovare tracce della presenza dell’uomo in tutta l’isola si deve aspettare il Neolitico (6.000 a.C.). La storia vera e propria delle popolazioni di queste zone parte dal 1800 a.C. (età del Bronzo Antico) data che dà inizio all’Età Nuragica e ad una grande civilità, che si diffuse in tutta la Sardegna dal 1800 al 238 a.C. Gli archeologi sono concordi nell’affermare che la civiltà nuragica si reggesse su un’economia agro-pastorale, ma praticasse anche un notevole sfruttamento delle risorse minerarie (in particolare rame e piombo). Dal punto di vista sociale, era una società caratterizzata da una struttura fortemente gerarchizzata, il cui vertice era occupato dai guerrieri, insieme a figure legate alle pratiche religiose, in particolare al culto delle acque che veniva praticato nei templi a pozzo. Quando poi nel VI secolo a.C. i Cartaginesi diedero inizio alle invasioni dell’isola, i nuragici sfruttarono le inaccessibili zone montuose della Sardegna come ultimo baluardo di difesa e contrattacco, facendo sì che solo le popolazioni costiere si “fondessero” con gli invasori punici, mentre nelle zone interne tra indigeni e punici si stabilirono semplici rapporti di convivenza e commercio.

Dopo la terza guerra punica i Romani succedettero ai cartaginesi nel controllo del territorio e furono loro a dare il nome di Barbari alle popolazioni delle zone più interne dell’Isola, così come soprannominavano le genti nordiche esterne all’impero. La politica di guerra romana veniva fronteggiata con la guerriglia: i barbari uscivano allo scoperto per colpire, a volte per depredare, per poi sparire nell’oscura Barbagia. I malcapitati che finivano nelle mani dei romani, però, vennero giustiziati o mandati in esilio. Si scatenò una terribile guerra civile e Roma lentamente riuscì a piegare a sé una società ormai dilaniata da lotte intestine. Ne seguì un periodo di pace forzata, ma ci furono nuove guerre dopo pochi decenni: le montagne furono difese anche a sassate pur di tenere lontano i nemici. Alla fine, dopo secoli di ostilità, il governo di Azio Balbo fece la differenza e sardi e romani firmarono la pace. Il periodo di dominazione romana della Sardegna è una fase storica che contribuirà fortemente alla definizione dei connotati culturali dei sardi; indiscutibile testimonianza di ciò ci viene offerta dal panorama linguistico isolano, profondamente segnato ancora oggi dalle proprie origini latine. Il processo di “latinizzazione” fu lento e dovuto soprattutto all’opera di insediamento di coloni e all’assegnazione delle terre alle popolazioni locali (al fine di renderle stanziali) in età imperiale, a cui risalgono i latifondi definiti da cippi di confine. Ai Romani seguirono i Vandali, nel V sec. d.C., che attuarono un governo di sfruttamento di tutta l’isola, imponendo tasse elevate ai suoi abitanti. Nei loro 80 anni di dominazione, comunque, i germanici si limitarono ad attestarsi lungo le coste, ignorando quasi del tutto l’entroterra.

Nel 534 d.C. l’isola viene riconquistata dall’imperatore Giustiniano e ritorna a far parte dell’impero romano, il cui baricentro si era spostato da Roma a Costantinopoli. Inizia l’età bizantina, che si protrae fino all’inizio del Basso Medioevo (anno Mille circa). All’arrivo dei bizantini, la Gens Barbaricina era governata dal “dux” Hospiton, ma manteneva usi e costumi indipendenti dal resto della Sardegna romanizzata. Facendo seguito ad una costante e tenace azione diplomatica, nel 594 si concluse un patto tra Bizantini e Barbaricini e, tra i vari accordi, Hospiton accettò la conversione al cristianesimo delle sue genti. Per evangelizzare completamente Sardegna e Corsica, papa Gregorio affidò le due isole ai monaci Benedettini toscani.

Attorno alla metà dell’anno Mille la Sardegna risulta divisa in quattro regni o giudicati, retti da un re o giudice, che era il rappresentante locale dell’imperatore bizantino; i giudicati si resero poi indipendenti, e ne derivò una partizione dell’isola nei quattro regni di CagliariArborea,Torres e Gallura, a loro volta divisi in curatorie; la Barbagia si suddivise da un punto di vista politico-amministrativo tra questi quattro giudicati. All’età giudicale succedette la dominazione di Pisani e Genovesi, e poi degli Aragonesi e della Corona di Spagna. Ciascuno di questi conquistatori si comportò più da oppressore, e così venne vissuto soprattutto dalle genti della Barbagia. Gli invasori non trovarono più un esercito nemico da affrontare, ma una popolazione ostile e diffidente, capace di comunicare con gli sguardi e di creare una sorta di società nella società.

La situazione non cambiò molto con l’avvento del Regno sardo-piemontese, nei primi decenni del ‘700. La Sardegna fu trattata alla stregua di una colonia, e depredata di molte delle sue risorse naturali: le secolari foreste furono devastate per ricavarne legname e carbone, le miniere ridotte all’osso. Nemmeno dopo l’unificazione d’Italia vi fu un cambiamento sostanziale nei rapporto tra il potere centrale e le popolazioni delle zone più interne dell’Isola. Diffusissimo era il fenomeno del banditismo, e banditi come Corbeddu o Berrina, versione locale di Robin Hood, alimentavano le leggende delle popolazioni locali, manifestando il malessere che si annidava in questa gente.

L’identità barbaricina, antica come la storia dell’uomo in Sardegna, è dunque figlia di una strenua evoluzione e difesa di se stessa dalle ingerenze di culture e popoli stranieri.

Cultura e tradizioni popolari

In poche comunità della Sardegna, come in quelle barbaricine, è forte e radicato il senso di appartenenza alla storia dei propri luoghi e la memoria del proprio passato; da ciò deriva un innato sentimento della tradizione e della conservazione delle usanze e dei costumi (a Nuoro c’è addirittura il Museo della Vita e delle Tradizioni popolari).

Nota a tutti è anche l’ospitalità che il barbaricino offre al forestiero (“s’istranzu” in sardo): a lui si riservano una cura e un rispetto quasi religiosi. Ogni singola tradizione è anche una manifestazione di cultura e storia locale, nelle sagre, nelle feste religiose, durante il carnevale. I carnevali barbaricini sono ormai celebre in tutta Italia e anche a livello internazionale, e sono caratterizzati dalle maschere ancestrali antropomorfe e zoomorfe che si esibiscono in riti misteriosi e danze propiziatorie legate alla cultura agropastorale. Secondo la tradizione, queste usanze, risalenti addirittura all’età nuragica, non solo erano volte alla venerazione degli animali ma volevano anche essere propiziatorie per il raccolto. Tra i più suggestivi carnevali della zona troviamo il carnevale di Mamoiada, rappresentato dalle maschere tradizionali dei Mamuthones e degli Issohadores, e il carnevale di Ottana, caratterizzato dalle maschere dei Boes e dei Merdùles.

Un’altra tradizione barbaricina fortemente presente in tutto il territorio è il cosiddetto “canto a tenore”, diffuso anche in molti centri della provincia di Sassari. Col termine “tenore” (e con i sinonimi cuncordu, cussertu, cunsonu, cuntrattu) si intende sia il canto stesso sia il coro di quattro cantori che lo esegue; questi ultimi svolgono ruoli distinti e molto specialistici. In generale il canto a tenore può essere descritto come un canto solista accompagnato “ad accordi” (“corfos”) da un coro a tre parti vocali (detto appunto “su tenore”). Il solista, chiamato “sa boghe”, canta un testo poetico in lingua sarda mentre gli altri tre (“su bassu”, “sa contra”, “sa mesu boghe”) ne accompagnano il canto con sillabe nonsense, emettendo suoni gutturali dal particolare tono. La successione musicale non è mai preordinata in modo rigido, e dunque i cantori hanno la possibilità di manifestare la propria sensibilità e gusto, ed esprimersi in modo sempre originale e irripetibile. La pratica del canto a tenore è oggi molto viva e il numero dei cantori è dell’ordine di alcune migliaia. Come in passato, “su tenore” viene eseguito negli “tzilleris” (bar) ma soprattutto nelle feste religiose e civili. Sono numerosi i giovani che praticano questa forma di canto tradizionale e in molti paesi del centro Sardegna  viene anzi considerato “alla moda”. Il canto a tenore rappresenta infatti per le giovani generazioni un elemento simbolico e identitario molto forte.

Pur al passo con i tempi, questa società conserva ancor oggi la sua fiera natura e la sua naturale ospitalità, custodite in quel museo vivente che è di fatto la Barbagia.