Bono

Bono (Bono in sardo) è un comune sardo di 3534 abitanti della provincia di Sassari, situato nella subregione storica del Goceano. Il paese sorge a 540 metri al di sopra del livello del mare, ai piedi del Monte Rasu. Da non perdere, nel suo territorio, la suggestiva località Sos Nibberos, che include la foresta di tassi più ampia d’Italia, considerata “monumento naturale”, e l’oasi naturalistica di Monte Pisanu.

Nel centro di Bono, meritano una visita l’attuale chiesa parrocchiale di San Michele arcangelo (XIV secolo) che conserva una quattrocentesca statua lignea del santo e un trecentesco calice d’argento dorato, e la chiesa di San Raimondo, santo celebrato tra fine agosto e inizio settembre con una spettacolare processione in cui sono protagonisti abiti tradizionali, traccas addobbate, cavalieri e antichi strumenti musicali. Molto sentiti, tra le feste religiose e popolari, sono anche i fuochi di Sant’Antonio abate il 16 gennaio, con offerta di vino e “cogones”, le caratteristiche focacce locali.

Bono resta tutt’oggi un tipico borgo agropastorale con antiche tradizioni artigiane: la lavorazione di ferro e legno, la tessitura con antichi telai e la panificazione.

Nel comune puoi trovare:

  • Mare
  • Montagna
  • Storia e Archeologia
  • Folclore e Tradizioni

Video Documentari

Mare

Il litorale bosano e la Riviera del Corallo

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La costa più vicina a Bono è quella nord-occidentale, all’altezza dei litorali di Bosa e Alghero.

Bono dista circa 70 km da Bosa e dal suo bellissimo litorale. Qui, tra le tante spiagge meritevoli di una visita, troviamo la spiaggia di Bosa Marina, accanto alla foce del fiume Temo. Lunga circa un km, è caratterizzata da soffice sabbia dorata a grani medi; il mare che la bagna è particolarmente trasparente e di un bel verde smeraldo con diverse tonalità di azzurro, mentre il fondale è basso e sabbioso. Non lontano si trova la spiaggia di S’Abba Druche (l’acqua dolce), tra le più rinomate e conosciute di Bosa, costituita in realtà da tre calette separate da scogli e circondate da una natura selvaggia: la prima è una larga spiaggia di ciottoli rosati; la seconda, più grande ed aperta, è denominata “Su Calighe” per la sua forma che ricorda quella di un calice; mentre la terza, la più piccola, viene detta “Capideddu”. Da visitare anche la località di Torre Argentina: un susseguirsi di insenature, grotte e scogliere candide. Le acque, con fondale basso, sono di un incredibile blu cobalto e attirano tanti amanti dello snorkeling. Molto interessante anche la spiaggia di Cala Manago, lungo la costa che da Bosa conduce al Alghero. Nascosta fra la rigogliosa vegetazione mediterranea, ha un arenile si sabbia finissima color ambra che lascia poi spazio a bellissimi ciottoli levigati. Le acque che la bagnano sono quasi sempre tranquille e adatte al gioco dei più piccoli.

La Riviera del Corallo algherese, a nord della costa bosana, offre altre splendide spiagge, insenature e promontori rocciosi. La spiaggia delle Bombarde è senza dubbio la più famosa di Alghero e la più frequentata. L’acqua è meravigliosa, trasparente e dal fondale sabbioso. La spiaggia del Lazzaretto si trova appena più a nord e comprende anche una decina di calette ideali per  una privacy maggiore. L’acqua è particolarmente trasparente e abbastanza fresca. La vegetazione che  la circonda è costituita da una profumata macchia mediterranea. Infine la spiaggia di Mugoni, lunga diversi km, con una sabbia molto fine e chiarissima, è riparata dal maestrale da una folta pineta.

Montagna

Nel cuore del Goceano: la foresta di tassi di Sos Nibberos e quella di Monte Pisanu

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Bono sorge a 540 metri d’altitudine, ai piedi del Monte Rasu. Il suo territorio è caratterizzato da una grande varietà di paesaggi, in un alternarsi di pianure, colline e montagne, e si estende dalla valle del fiume Tirso fino alla cima del già citato Monte Rasu, la cui vetta, detta “Sa Punta Manna”, raggiunge i 1259 metri.

Di grande importanza naturalistica è la località di “Sos Nibberos”, alle pendici nord-ovest del Monte Rasu, che comprende la foresta di Taxus baccata più grande d’Italia, dichiarata monumento naturale nel 1994; alcuni esemplari millenari raggiungono i 16 metri d’altezza ed hanno un diametro superiore al metro. All’interno dell’area protetta scorre un torrente e lungo il suo corso cresce un raro endemismo botanico circoscritto a questa zona, il rovo di Arrigoni (Rubus Arrigoni Camarda) con delle caratteristiche molto diverse dal comune rovo: una foglia molto più grande, rami meno spinosi, frutti più grandi e meno dolci.

La foresta di Monte Pisanu è invece una foresta demaniale protetta con regio decreto fin dal 1886. Si estende tra i monti di Bono e Bottidda, per una superficie complessiva di 1994 ettari. Il paesaggio vegetale è dominato dalla roverella, che si spinge fino ad altezze superiori ai 1000 metri; nelle quote più basse la vegetazione è invece costituita per lo più da sughere e lecci. In località “Pedra Rujas” è degna di nota la presenza di una bellissima sughera monumentale. Un luogo ideale per escursioni e picnic in mezzo alla natura.

A poca distanza dal paese, sempre sul Monte Rasu, si trova poi l’area di sosta “Sa Puntighedda”, ottimo punto di partenza per suggestivi itinerari naturalistici; l’area è attrezzata per il pranzo all’aria aperta (vi sono fontane, banconi in legno, barbecue) ed è anche possibile campeggiare (previa autorizzazione), oppure alloggiare nell’ostello adiacente. A fianco del cancello d’ingresso all’area è presente la fontana di Monte Pisanu, nota per la freschissima e purissima acqua che vi sgorga. Poco distante sulla destra si può raggiungere la Caserma delle Guardie Forestali, a quota 861 metri, circondata dal vivaio forestale, in cui sono state impiantate diverse specie arboree quali la roverella, il cedro dell’Atlante, il castagno, il pino silvestre, la thuia gigante etc. Tra esse svetta un notevole e maestoso esemplare di abete bianco.

Storia e Archeologia

Le origini altomedievali, la figura di G. M. Angioy e la bellissima chiesa di San Michele Arcangelo

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Il territorio di Bono è abitato dall’uomo almeno sin dall’età nuragica, come testimoniato dai numerosi resti di nuraghi e tombe dei giganti sparsi nel circondario; fino a metà ‘800 si contavano più di 30 nuraghi integri o quasi, mentre oggi sono ridotti a sei: Canneddu, Tamuile, Seddei, Sas Doppias, Ferulas, Musalighe. È probabile che i primi insediamenti stanziali si trovassero in nuclei vicini all’attuale Bono, come quelli delle ville altomedievali oggi scomparse di “Bidda Sana” e “Lorthia”. E anche il nucleo originario di Bono viene fatto risalire a prima dell’anno Mille.

Durante il Medioevo, il paese apparteneva al Giudicato di Torres e precisamente alla curatoria del Goceano, insieme ad altri centri come Bottidda, Burgos, Esporlatu, Bultei etc. Nei primi decenni del XII secolo tutta la Sardegna si arricchì di chiese, monasteri e fortezze, e anche il piccolo borgo di Bono ebbe la nuova chiesa, in stile romanico-pisano (oggi chiesa parrocchiale di San Michele Arcangelo) e il suo convento francescano, uno dei più antichi della Sardegna, ubicato sul Monte Rasu a pochi km di distanza dal Castello del Goceano. Il convento fu chiuso nel 1769 e oggi esistono solo alcuni ruderi. Coinvolto nelle lotte fra Arborensi e Aragonesi alla fine del XIII secolo, Bono fu conquistato e saccheggiato dal sassarese Angelo Marongiu, comandante delle truppe aragonesi. Sotto la dominazione prima catalana e poi della Corona spagnola, Bono seguì la sorte del resto dell’Isola: spopolamento, carestie, depressione economica dovuta anche ai pesantissimi dazi imposti dal regime feudale. Solo nel 1721, dopo la cessione del Regno di Sardegna ai Savoia, la situazione gradualmente migliora con un notevole incremento dell’agricoltura in tutto il territorio del Goceano. Sotto il regno dei Savoia, in seguito alla partecipazione ai moti antifeudali del cittadino più celebre di Bono, Giovanni Maria Angioy (figura centrale del XIX secolo sardo), il borgo fu attaccato dalle truppe sabaude. I bonesi aspettarono i soldati sulla via del ritorno, li attaccarono e ne fecero prigionieri alcuni. Un murales dell’artista Liliana Canu, nell’attuale piazza Bialada, ricorda i tumultuosi eventi di quei giorni.

Agli inizi del secolo scorso, per alcuni anni Bono fu capoluogo di provincia, per poi essere inserito in quella di Sassari, sebbene tutt’oggi mantenga rapporti culturali ed economici più solidi con la provincia di Nuoro.

Tra le principali architetture religiose di interesse storico-artistico del paese, segnaliamo innanzitutto la chiesa parrocchiale di San Michele Arcangelo, costruita  tra la fine del ‘200 e i  primi  del  ‘300, e considerata una delle più  belle chiese della diocesi di Ozieri. La maggior parte degli storici fa risalire la facciata al 1300: questa si presenta in trachite rosa con uno splendido rosone, un portale con snelle colonne e una fila  di archetti pensili. Alla fine del ’500 la chiesa è stata ingrandita e il nuovo presbiterio è stato conservato recuperandone gli elementi principali.  L’edificio fu poi ristrutturato del tutto negli anni 1954-57 conservandone le caratteristiche più importanti, come la volta a crociera dell’abside e il frontale principale; il rosone conserva un’antica statua di San Michele del XV secolo, in legno, e un antico calice d’argento dorato del XIV secolo.

Sul colle omonimo sorge invece la chiesa di San Raimondo. Dedicata alla Vergine Assunta fino ai primi del ‘700, verso il 1737 venne ricostruita e dedicata a N. S. della Mercede. Fu poi donata ai Mercedari che vi istituirono una scuola di lettere e di latino. In seguito la chiesa fu dedicata a San Raimondo Nonnato. Oggi l’interno della chiesa si presenta spazioso, con la navata senza cappelle laterali e retta solo da due archi di sostegno; un rettangolo che accompagna l’accesso del fedele verso il presbiterio separato da una balaustra. Tre nicchie separate da quattro colonne espongono alla venerazione dei fedeli le statue di altri santi.

Folclore e Tradizioni

La festa di San Raimondo e i fuochi di Sant’Antonio Abate, la suggestiva notte di Sant’Andria e le specialità locali come “sas cogones”

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A Bono si conservano ancora numerose feste religiose e popolari che si tramandano da secoli. Tra queste, la più sentita dai bonesi è senza dubbio la festa di San Raimondo, la cui storia è legata ai moti antifeudali del 1796; è proprio in ricordo di quelle storiche giornate che il 31 agosto di ogni anno si festeggia San Raimondo con una cerimonia molto curiosa: un calesse porta alla chiesa dedicata al Santo, situata all’ingresso del paese, la zucca più grossa degli orti di Bono, che servirà poi per premiare l’ultimo arrivato nella corsa dei cavalli. In tempi antichi la zucca veniva fatta rotolare giù dalla montagna, proprio a simboleggiare la ritirata dei soldati sconfitti. I festeggiamenti iniziano la mattina del 31 agosto con le funzioni religiose solenni: la statua del santo viene portata in processione a spalla dai membri del comitato e percorre le vie del centro storico con numerosi devoti e fedeli al seguito. Nel pomeriggio avviene la rievocazione degli eventi storici: il carro viene addobbato con fiori, vi viene adagiato un cannone e sistemata la gran zucca al centro. La sfilata percorre le vie del paese aperta dal carro con al seguito gruppi della tradizione folk sarda (trombettieri e tamburini, gruppi in costume sardo da tutta la Sardegna, suonatori di organetto e launeddas etc.). A fine sfilata il carro, giunto sopra il colle, viene raggiunto dai cavalieri locali che si lanciano in una corsa sfrenata  verso la simbolica conquista del cannone. Salito l’ultimo cavaliere, viene poi fatta rotolare la grossa zucca lungo la strada che porta al colle, in segno di scherno e di sconfitta delle truppe nemiche (secondo il dialetto sardo, infatti, “sa corcoriga” ovvero “la zucca”, è sinonimo di bocciatura o sconfitta). La serata si chiude con canti e balli dei migliori gruppi folk della Sardegna e degustazioni di piatti tipici locali.

Altro appuntamento molto amato dalla popolazione bonese è il suggestivo rito del falò che si ripete ogni anno il 16 gennaio, alla vigilia della festa di Sant’Antonio Abate. Nel sagrato della chiesetta dedicata al Santo, nel tardo pomeriggio viene acceso l’imponente falò fatto soprattutto con rami di quercia da sughero e dotato in cima di una piccola croce di frasche ornata da arance. Subito dopo vengono accesi altri falò più piccoli sparsi nei vari rioni del paese. I fedeli effettuano dei giri intorno al falò per tre volte in senso orario e altre tre volte in senso antiorario tenendo in mano bottiglie di ottimo vino locale e “sas cogones”, cioè la tipica focaccia locale fatta con “su pistiddu”’ di sapa che, una volta benedetta, è offerta in dono a a tutti i fedeli e ai numerosi visitatori.

Altra ricorrenza molto affascinante è la tradizionale notte di Sant’Andria: il 30 novembre di ogni anno, come da tradizione, i giovani del paese, riuniti in gruppi, si procurano delle zucche che una volta svuotate dei semi vengono intagliate in modo da assumere sembianze di volto umano, e poi illuminate con una candela posta all’interno. Al tramonto, con la zucca appesa al collo, inizia il tragitto dei ragazzi per le vie del paese, per bussare alle porte delle abitazioni e raccogliere delle offerte come dolci tipici (passassini, tilicche), noci, caramelle e anche denaro. Al termine della questua, i giovani si ritrovano per concludere i festeggiamenti in una piazza del centro storico, dove vengono offerte ai presenti squisite caldarroste e vino locale.

Le tradizioni gastronomiche bonesi sono fortemente legate alle devozione popolare e alle tradizioni religiose, oltre che all’antica cultura agropastorale. Moltissime sono le famiglie che ancora oggi usano preparare “sas tiliccas” e “sas cogones” per Sant’Antonio Abate; queste ultime sono preparate con “su pistiddu” (ripieno di mosto cotto a cui si aggiungono aromi ricavati dalla scorza di arance, limone grattugiato e un po’ di semola). La pasta, detta “pasta violada”, è preparata con farina 00, acqua, un pizzico di sale e strutto per renderla morbida. “Sas cogones” sono formate da una sfoglia circolare con ai bordi una sottile frangitura; vengono decorate con la pasta tagliata in modo tale da raffigurare spighe di grano, fiori, foglie, grappoli d’uva e simboli religiosi (come il calice) per chiedere al santo l’abbondanza di un’annata prosperosa. Secondo un’antica consuetudine, i dolci vengono poi sistemati in cesti di vimini (sas canisteddas) abbelliti con centrini finemente ricamati.