Cagliari

Cagliari è un comune sardo di 154.460 abitanti ed è il capoluogo della regione autonoma della Sardegna nonché centro principale della propria città metropolitana, che comprende sia comuni conurbati che diversi centri dell’hinterland, per un totale di 431.302 abitanti. Città dalla storia plurimillenaria e sede universitaria e arcivescovile, è il centro amministrativo storico dell’isola. Il suo porto viene classificato “internazionale” per via della sua importanza, svolgendo funzioni commerciali, industriali, turistiche e di servizio passeggeri.
Cagliari si affaccia al centro del Golfo degli Angeli e si sviluppa intorno al colle dello storico quartiere di Castello; ad est è delimitata dallo Stagno di Molentargius, a ovest dallo Stagno di Santa Gilla, a sud dal mare e a nord dal colle di San Michele e dalla pianura del Campidano. Il centro abitato si adagia su sette colli calcarei cui corrispondono altrettanti quartieri cittadini: Castello, Tuvumannu/Tuvixeddu, Monte Claro, Monte Urpinu, Colle di Bonaria, Colle di San Michele, Calamosca/Sella del Diavolo.

Nel comune puoi trovare:

  • Mare
  • Montagna
  • Storia e Archeologia
  • Folclore e Tradizioni

Mare

Il Golfo degli Angeli e le altre perle del litorale

Calamosca

La città di Cagliari si affaccia, adagiandovisi in lunghezza, sul Golfo degli Angeli, 50 km di costa compresi nei 200 di tutta la costa sud dell’isola. La toponomastica del golfo deriva da una leggenda secondo cui Dio volle offrire in dono agli angeli una terra in cui vivere, a patto che la cercassero; essi scelsero la Sardegna, luogo pacifico dove gli abitanti vivevano dediti alla pastorizia e all’agricoltura. Dio mantenne la promessa e gli angeli vi si stabilirono, scatenando però l’invidia di Lucifero, che cercò di scacciarli. Essi si opposero e intrapresero una battaglia scatenando nel golfo onde altissime che fecero sbalzare Lucifero dal suo destriero; furente, egli scagliò la sella del suo cavallo sul promontorio di Sant’Elia nel punto in cui oggi si vede la pittoresca cresta rocciosa chiamata appunto Sella del Diavolo.

Il Poetto (Su Poettu) è la principale spiaggia cittadina, una vera e propria spiaggia urbana dotata di tutti i servizi, che si estende per circa 4 km, dalla Sella del Diavolo sino all’inizio del litorale di Quartu Sant’Elena. Il Poetto è popolarmente diviso in “fermate”, i vari tratti di spiaggia indicati dal numero ordinale delle fermate degli autobus urbani, coincidenti in realtà con le vecchie fermate del tram. La spiaggia del Poetto è anche teatro della vita notturna dei cagliaritani: tutto l’anno, ma soprattutto nei mesi estivi, è possibile passare delle piacevoli serate tra cibo, musica e intrattenimento di vario tipo, in uno dei tanti famosi “chioschetti” presenti ai bordi dell’arenile. Il Poetto è l’ideale anche per chiunque ami gli sport acquatici come windsurf, canoa, vela etc., praticati regolarmente in questo meraviglioso tratto di litorale, che nonostante la forte presenza umana riesce tutt’oggi a conservarsi integro da un punto di vista naturalistico.

Alle spalle del Poetto, divisa solo dalla strada a scorrimento veloce che conduce a Quartu e verso il litorale est, vi è il Parco naturale regionale Molentargius – Saline, una delle più importanti aree umide d’Europa. Questo importantissimo sistema di stagni  risale all’era del Pleistocene, quando ripetuti cicli di ingressione e regressione marina hanno portato alla formazione di due strisce sabbiose alluvionali. La storia del Parco è strettamente legata a quella delle Saline: deve il suo nome a “is molentargius”, i conduttori di asini (su molenti in sardo)che caricavano il sale  raccolto nei bacini. La zona, infatti, ha rappresentato per secoli il bacino più ricco in Sardegna per l’estrazione del sale dalle acque del mare, interrottasi solo nel 1985. In quest’area di inestimabile valore naturalistico e faunistico, convivono moltissime specie di uccelli selvatici: il simbolo di questo gioiello naturale sono i Fenicotteri rosa, (sa genti arrubia); basta infatti una passeggiata per vederli a centinaia mentre volano o sostano nell’acqua bassa per cibarsi o riposare.

Oltre alla spiaggia del Poetto, situate sul versante opposto della Sella del Diavolo, troviamo le spiaggette di Calamosca e Cala Fighera. Calamosca, situata alla base del promontorio di Sant’Elia (altro nome della Sella del Diavolo), ha una sabbia chiara e un mare cristallino, dove è stupendo immergersi con maschera e pinne. A poca distanza, Cala Fighera, una piccola insenatura di ciottoli contraddistinta per l’alta scogliera rocciosa di pietra arenaria da cui i più temerari tentano pericolosissimi quanto spettacolari tuffi. Ma Cagliari offre agli amanti del mare una grande scelta, spostandosi solo di qualche km dal centro cittadino. Percorrendo infatti la strada litoranea verso est, si possono raggiungere in breve tempo altre spiagge e cale di rara bellezza: Cala Regina, Is Canaleddus, la meravigliosa Mari Pintau e molte altre insenature incantevoli.

Montagna

Un territorio ricco di aree protette e percorsi naturalistici

La Sella del Diavolo

Nonostante le sue spiccate caratteristiche di città marittima, Cagliari offre nei suoi dintorni  anche molte attrattive naturalistiche immerse nel verde. Prima tra tutte la Sella del Diavolo (Sedd’e su Diaulu in sardo), il promontorio che sorge nella zona meridionale di Cagliari e separa la spiaggia del Poetto da quella di Calamosca. Un sentiero ben tracciato costeggia tutto il promontorio; la salita è possibile unicamente dal versante di Calamosca, essendo il versante nord zona militare. Con i mezzi pubblici si arriva fino all’ingresso del sentiero; si percorre quindi da San Bartolomeo la strada in salita che porta sino a Calamosca. Dopo un centinaio di metri di strada asfaltata, ci si inerpica per un piccolo sentiero in salita. La vegetazione bassa fa sì che sia possibile seguire uno dei tanti percorsi tracciati dagli escursionisti senza paura di perdersi. Dopo una mezz’ora di salita, si costeggia una rete della zona militare e la strada termina a strapiombo direttamente sopra il rimessaggio barche del porticciolo di Marina Piccola: da qui si può ammirare un panorama mozzafiato che abbraccia tutta la spiaggia del Poetto e lo stagno di Molentargius, sino a Capo Carbonara. Vicino al punto più elevato del promontorio (m 135 slm), gli archeologi ipotizzano la presenza di un tempio punico, forse dedicato ad Astarte; tuttora è visibile una cisterna punica. Al periodo bizantino risalirebbe il martirio di Sant’Elia, che secondo la leggenda sarebbe stato ucciso proprio in questa zona durante le persecuzioni di Diocleziano. L’intero promontorio porta oggi il suo nome. Ridiscendendo in direzione sud-est, si raggiunge una sporgenza rocciosa da cui ci si può calare per raggiungere il sentiero sottostante che, passando sulla sinistra della sella, permette di raggiungere la semi-diroccata Torre del Poetto, che faceva parte del sistema di difesa e avvistamento creato dagli Spagnoli nel XVI secolo; per individuare l’inizio di questo sentiero tra la macchia mediterranea occorre mantenersi larghi e attraversare l’inizio del boschetto che scende verso Marina Piccola.

A meno di 30 km dalla città, in direzione ovest, sorge poi la meravigliosa Riserva naturale e Oasi del WWF di Monte Arcosu; fra le oasi naturalistiche del WWF è la più estesa in Italia, con 3600 ettari di superficie. La finalità prioritaria della riserva è la salvaguardia del cervo sardo e del suo habitat naturale. L’interesse naturalistico di quest’oasi si estende comunque anche ad altri esemplari della fauna, alla flora, al paesaggio. Nell’insieme, la riserva di Monte Arcosu ospita la più vasta estensione di macchia, macchia-foresta e foresta mediterranea d’Europa. La foresta è appunto famosa per il suo simbolo, il cervo sardo, che vive indisturbato tra i suoi fitti boschi. Il Monte Arcosu, che dà il nome a tutta l’oasi, è uno dei rilievi più importanti dell’intero massiccio del Sulcis; ha una grande importanza dal punto di vista paesaggistico ed è caratterizzato da profonde e strette valli che conservano fitti boschi. Una caratteristica tipica di questo monte è rappresentata dalla cima scistosa a forma di arco, che risulta circondata da rocce granitiche. La foresta è prevalentemente costituita da leccio e sughera e il sottobosco è composto da lentisco, oleastro, mirto, rosmarino e cisto. Le infrastrutture della riserva comprendono un centro visite e due foresterie, itinerari didattici differenziati e recinti faunistici per scopo didattico.

Più distante ma comunque raggiungibile in circa un’ora e mezzo d’auto (dista da Cagliari circa 50 km in direzione nord-est) troviamo la foresta demaniale dei Sette Fratelli; con i suoi 10.000 ettari di foresta e macchia mediterranea, il comprensorio della foresta demaniale di Settefratelli è senza dubbio uno dei luoghi più affascinanti e interessanti della Sardegna sud-orientale. Questo territorio è soggetto a tutela paesistica ed è incluso, per la quasi totalità, nel Parco Naturale di Settefratelli-Monte Genis. La foresta, per le sue bellezze paesaggistiche e tesori naturalistici, è una popolare meta degli amanti della natura, del trekking e della mountain bike; per i visitatori sono disponibili numerosi sentieri escursionistici. A disposizione dei visitatori vi è un centro visita, dove si possono ottenere le principali informazioni per una sicura fruizione dei numerosi sentieri presenti, ed un museo dedicato al cervo sardo. In località Maidopis è stato realizzato un giardino botanico accessibile anche ai non vedenti; il sentiero infatti è dotato di passamano in corda che accompagna il visitatore alle stazioni di sosta. Il giardino è dotato di un’aula didattica, un punto ristoro e servizi igienici.

Storia e Archeologia

Dalla fondazione leggendaria all’attuale città metropolitana

Tuvixeddu

La leggenda vuole che Cagliari (Caralis) sia stata fondata dal’eroe Aristeo, figlio del dio Apollo e della ninfa Cirene, giunto in Sardegna dalla Grecia nel XV secolo a.C. circa. Aristeo introdusse in Sardegna la caccia e l’agricoltura, riappacificò i popoli indigeni in lotta fra loro e fondò appunto la città di Caralis, su cui regnò. Da un punto di vista strettamente storico, le prime tracce di insediamenti umani nel territorio risalgono al neolitico antico (6000-4000 a.C.); alla seconda metà del IV millennio a.C. risale invece la domus de janas situata nella zona di San Bartolomeo e i resti del villaggio che si estendeva ai piedi del monte Sant’Elia. Del periodo eneolitico, invece, ci restano i ritrovamenti appartenenti alla cultura di “Monte Claro”. Ma la civiltà nuragica è in generale poco rappresentata a Cagliari, anche a causa del fatto che eventuali tracce sono state via via sommerse dalle tante Caralis/Cagliari succedutesi in epoche successive. Cagliari nasce come Krly intorno all’VIII secolo a.C., ed era un emporio o stazione commerciale fenicia. Ma è nel periodo punico che la città assume l’aspetto di centro urbano vero e proprio, con vari templi fra i quali il tempio dedicato alla dea Astarte, nei pressi del promontorio di Sant’Elia. La città era dotata di due necropoli ad inumazione, una che corrisponde alla necropoli di Tuvixeddu e una ubicata sul colle di Bonaria.

Krly passa sotto il dominio romano nel 238 a.C., all’indomani della prima guerra punica. I romani costruiscono un nuovo insediamento ad est, il vicus munitus Caralis (cittadella fortificata di Caralis). I due agglomerati urbani in seguito si fusero e a questo processo è forse attribuibile la forma plurale Carales. Carales divenne capitale della provincia di Sardegna e Corsica dopo Nora e in seguito venne elevata al rango di municipium a seguito della guerra civile fra Giulio Cesare e Pompeo, quando lo stesso Cesare le concesse questo riconoscimento per la sua fedeltà; tutti i Caralitani ottennero così la cittadinanza romana. Fra le principali attività economiche della città, un ruolo fondamentale era svolto dall’estrazione del sale nelle saline fra Caralis e Quartu, che veniva poi esportato assieme al grano, alle pelli (conciate in stabilimenti nell’area del porto) e ad altri prodotti lavorati nelle altre province dell’impero.

Alla metà del V secolo la città cade sotto l’occupazione dei Vandali d’Africa. Caralis fece parte del regno vandalico per circa ottant’anni, e per un breve periodo di tempo fu capitale di un regno sardo indipendente. Fu poi riconquistata dai romani d’oriente di Giustiniano nel 534 d.C. entrando nel sistema amministrativo bizantino come sede del preside, sottoposta all’esarcato d’Africa.

Nel XI secolo, con la divisione della Sardegna in quattro piccoli regni detti Giudicati, la città, ormai ridotta al solo borgo di Santa Igia (Santa Gilla), rimase a capo del giudicato che ne prese il nome. Aveva però subito secoli di incursioni saracene, contrastate a partire dall’anno mille con l’aiuto delle potenze navali di Pisa e Genova. Il Giudicato cagliaritano finì in poco tempo per essere conquistato da Pisa, che con la forza ottenne dalla Giudicessa Benedetta la cessione del colle che sarebbe stato detto di Castello: a guardia del territorio vi venne costruita una città fortificata interamente pisana, il Castellum Castri de KallariDa allora il Castellum Castri fu identificato con la stessa Cagliari (appunto Casteddu). Attorno ad esso si formarono i sobborghi di Stampace e di Villanova; in questi quartieri trovarono asilo i profughi sardi di Santa Igia che erano esclusi dal Castello, abitato solo da pisani.

Neanche cent’anni dopo, Cagliari è di nuovo terra di conquista: dopo una breve e sofferta coabitazione, nel 1325 Pisa abbandona per sempre il Castello lasciando la città agli Aragonesi, che si erano posizionati con una loro roccaforte nel vicino colle di Bonaria. Ai pisani (i cosiddetti pullini) venne concesso di continuare a risiedere alla Marina e negli altri rioni “popolari”. Sotto la dominazione iberica, Caller (Cagliari), città reale sede del viceré, diviene la capitale del nuovo regno. Il Castello, riservato ai nuovi dominatori catalano-aragonesi, viene interdetto prima agli stranieri e poi dal 1333 anche ai sardi. In seguito, col matrimonio di Ferdinando II di Aragona e Isabella di Castiglia e l’unione delle corone d’Aragona e Castiglia, Cagliari e la Sardegna intera si legheranno sempre più al nascente stato spagnolo.

Durante la dominazione spagnola la vita intellettuale fu abbastanza vivace e nel 1607 venne fondata l’Università cittadina. Tuttavia lentamente la città cominciò a provare insofferenza per la dominazione, e la situazione di tensione culminò nell’assassinio del viceré Camarassa (1668). Così nel 1708, durante la Guerra di successione spagnola, i cagliaritani non si opposero all’assedio anglo-olandese, che pose fine all’epoca spagnola. Il regno di Sardegna venne assegnato prima all’Austria (1713) e successivamente passò sotto il dominio sabaudo (1720).

I Savoia presero possesso di una terra cristallizzata da secoli di dominazione spagnola. Durante la dominazione piemontese vennero attuate alcune opere urbanistiche che interessarono l’intervento di architetti militari, dato che Cagliari era considerata città fortificata. Si diede comunque spazio anche alle opere architettoniche civili: fu ampliato il Collegio di Santa Croce e ristrutturato Palazzo Viceregio, si intervenne in un nuovo progetto per il colle di Bonaria e furono ristrutturate e rese attive le Saline. Dopo l’unità d’Italia, Cagliari venne definitivamente tolta dal novero delle città fortificate, e questo permise, tramite due piani regolatori redatti da Gaetano Cima, di adattare l’ordito urbano alle esigenze di uno sviluppo che andasse al di là delle antiche cinte murarie dei quartieri storici. A partire dal 1881, vennero così smantellate le cinta murarie di Marina, Villanova e Stampace, e si posero le basi per il nuovo Palazzo Comunale costruito a ridosso del Porto, in pietra calcarea, seguendo lo stile new-gotic e liberty. Nel 1886 venne costruito il Mercato Civico di Largo Carlo Felice, demolito nel 1957, al centro del quale troneggia la Statua di Carlo Felice. Via Roma venne trasformata in un salotto con vista a mare per la costruzione dei portici e dei bei palazzi. Nacque anche il Bastione di St. Remy, che con la sua passeggiata coperta e il terrapieno fu a lungo luogo di ritrovo per la società cittadina.

Durante il periodo fascista la città conobbe una rapida crescita economica e demografica. Ancora oggi sopravvivono diversi esempi di architettura e urbanistica fascista, come ad esempio il palazzo del Tribunale e il Palazzo del Comando legione carabinieri. Durante la seconda guerra mondiale, nel febbraio del 1943, Cagliari fu pesantemente bombardata dagli Alleati; la guerra causò la distruzione o il danneggiamento grave del 80% delle abitazioni della città con quasi 2000 vittime civili. Per sfuggire ai bombardamenti e alle carestie, gran parte della popolazione di Cagliari si trasferì in campagna o nei paesi del Campidano. Nel secondo dopoguerra Cagliari, in gran parte distrutta, si riprese presto e vi fu una rapida ricostruzione, anche se in molti punti sono ancora visibili le rovine e il vuoto lasciato nel tessuto urbano. Con la costituzione della Repubblica Italiana, ricostituita l’unità politica dell’isola, nel 1948 vi fu l’istituzione della Regione Autonoma della Sardegna con Cagliari capoluogo regionale.

Attualmente Cagliari è il fulcro di una moderna area metropolitana di quasi 500 mila abitanti, con una vivace economia. Centro amministrativo della Regione Sardegna, la città possiede un importante porto con un efficiente terminal per container, uno dei più importanti aeroporti italiani, un notevole settore industriale con una delle più grandi raffinerie di petrolio d’Europa; è un grande centro universitario e di ricerca, con alcune strutture mediche di livello e una buona quantità di traffico turistico in costante aumento.

Folclore e Tradizioni

Una città dalle mille anime e culture

Sagra di Sant’Efisio

Cagliari è città antica, ricchissima di tradizioni secolari e custode di culture differenti. Non possiamo parlare del folclore cagliaritano senza menzionare per prima cosa la Festa di Sant’Efisio, la processione religiosa più importante di Cagliari e tra le principali della Sardegna. Si svolge ogni anno il 1º maggio, ininterrottamente dal 1657. Oltre ad essere tra le più antiche, è anche la più lunga processione religiosa italiana, con circa 65 km percorsi a piedi in 4 giorni, e la più grande del Mediterraneo. Il rito ha origine da un voto del 1652 della Municipalità di Cagliari, oggi custodito presso l’Archivio storico, nel quale s’invoca l’intercessione di Sant’Efisio per far terminare la peste e ci si impegna a celebrare ogni anno e perpetuamente una Festa solenne. Sant’Efisio, nato in una città dell’Asia Minore, visse all’epoca dell’Imperatore Diocleziano nel III sec. d.C. Giovanissimo intraprese la carriera militare e, inviato in Italia per contrastare la diffusione del cristianesimo, la tradizione vuole che si convertì in seguito alla visione di una croce splendente nel cielo che successivamente si impresse nel palmo della mano. Giunto in Sardegna, mentre i suoi soldati combattevano i barbari, Sant’Efisio si convertì al cristianesimo e ne divenne difensore, disobbedendo agli ordini di Diocleziano che ne ordinò il martirio, eseguito nel 303 d.C. nella prigione di Nora. Ogni 1° di maggio, quindi, i fedeli accompagnano il Santo nella tradizionale processione, ripercorrendo il tragitto che giunge dal carcere in cui venne imprigionato al luogo del martirio a Nora, per poi tornare alla sua chiesa di Stampace il 4 maggio entro la mezzanotte.

La processione cittadina è aperta dalle traccas, carri addobbati a festa, trainati da possenti buoi. Seguono i gruppi folkloristici dei vari paesi sardi, circa 5500 persone in costume tradizionale sardo, che solitamente recitano il rosario o cantano i goccius. Dopo seguono i cavalieri; appresso sfilano i membri della guardianìa e in prima fila il terzo guardiano che regge il gonfalone della confraternita. Segue l’alter nos, cioè il rappresentante del sindaco. L’arrivo del cocchio col santo è preceduto dal suono delle launeddas. Quando il cocchio arriva in via Roma, viene salutato dalle sirene delle navi attraccate nel porto di Cagliari, e cammina su un tappeto di petali di rose (s’arramadura).

Tra i momenti più intensi della vita religiosa di Cagliari vi è poi la Settimana Santa che, mantenendo viva la tradizione e rivelando l’influenza spagnola, si svolge nei quartieri storici e nelle antiche chiese della città. Le Confraternite coinvolte nei riti della Settimana Santa di Cagliari sono l’Arciconfraternita della Solitudine, l’Arciconfraternita del Santissimo Crocefisso e l’Arciconfraternita del Gonfalone sotto l’egida di Sant’Efisio Martire. Le celebrazioni hanno inizio il venerdì precedente la Domenica delle Palme, quando ha luogo la Processione dei Misteri (Is Misterius). Il Venerdì Santo si svolge l’evento centrale delle celebrazioni, la processione della statua di Gesù Crocefisso, sovrastato da un baldacchino, dalla chiesa di San Giovanni diretto alla Cattedrale. Il Cristo è accompagnato in processione anche dalla statua della Madonna Addolorata, con il petto trafitto dalla spada dei sette dolori, accompagnata da due bambini che impersonano San Giovanni e Maria Maddalena. Il corteo segue un preciso rituale, accompagnato da rulli di tamburi e canti tradizionali, fino al momento in cui si raggiunge la Cattedrale e il Crocefisso viene consegnato nelle mani del sagrestano mentre la Vergine è riportata nella chiesa di San Giovanni. Il Sabato Santo è caratterizzato dal rito de Su Scravamentu, la deposizione dalla croce del Cristo morto; il Cristo, disteso su una lettiga rivestita di veli e pizzi, sarà poi accompagnato alla Chiesa di San Giovanni durante il pomeriggio. Infine, la mattina della Domenica di Pasqua si celebra S’Incontru (l’incontro), il ricongiungimento delle due processioni con i simulacri della Madonna e del Cristo Risorto; i simulacri si salutano con un triplice inchino tra gli applausi della folla e quindi, affiancati, fanno rientro in Chiesa dove sarà celebrata la messa solenne.

Riguardo le tradizioni gastronomiche, la cucina cagliaritana è ricca di influenze catalane e spagnole, ma anche genovesi, e si basa sulle materie prime messe a disposizione dalla natura, principalmente dal mare. Piatti tipici della cucina cagliaritana di mare sono la fregula cun cocciula, la fregola con le vongole, e le cocciula e cozzas a schiscionera, vongole e cozze cucinate in tegame con aglio, olio d’oliva e prezzemolo e spolverate con pangrattato. Altri piatti di mare sono sa cassola, una succulenta zuppa di pesce, l’aragosta alla campidanese, bollita e condita con olio d’oliva e succo di limone, sa burrida, pesce gatto lessato in salsa di pomodoro e aceto, o in salsa agrodolce con prezzemolo e noci, e su scabbecciu, pesce fritto e condito con salsa agrodolce. I secondi a base di carne sono per lo più legati alla tradizione contadina, come l’agnello arrosto o in umido, condito con una salsina a base di pomodori secchi tritati, aglio e olio di oliva, su porceddu, il maialino arrosto, e il capretto.  I dolci più rinomati sono le pardulas, dolcetti a base di formaggio, e i candelaus, dolcetti confezionati con sfoglie di pasta di mandorle aromatizzate all’arancia, le seadas, ravioli dolci fritti ricoperti di miele, e le pabassinas, dolcetti a base di uva passa.

Quartieri Storici

Stampace

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Il quartiere storico di Stampace (Stampaxi in sardo campidanese) è il quartiere più antico della città e si trova ad ovest del colle di Castello.  Il suo reticolo stradale a pettine, con al centro la via Azuni, è traccia della sua peculiare connotazione urbanistica pre-medioevale; del nucleo originario delle sue viuzze, infatti, ciascuna con la sua chiesa, se ne ha notizia a partire dall’XI secolo. Ufficialmente, Stampace venne fondata dai Pisani nel XIII secolo e da loro dotata di un sistema di fortificazione, di cui oggi resta solo la torre di San Michele (detta anche dello Sperone), a fianco della chiesa omonima.  La zona era però già abitata in età punica e poi romana,  fatto testimoniato dalle numerose strutture di quel periodo rinvenute nel quartiere: il foro (sotto l’attuale piazza del Carmine); il tempio (nell’odierna Via Malta); la necropoli di Tuvixeddu, che si estende nell’adiacente quartiere di Sant’Avendrace; l’anfiteatro romano (sotto viale Buoncammino); la “Villa di Tigellio”, facente parte della zona abitata dai patrizi romani (attorno all’attuale via Tigellio). Nell’attuale piazza Yenne, all’imbocco della via Manno, si trovava la Porta Stampace (demolita nel 1856), chiamata anche Porta Marina e Porta San Giorgio in alcuni documenti d’epoca; dalla Porta partiva il bastione di San Francesco, che occupava una parte dell’attuale largo Carlo Felice.

Stampace è un quartiere caratterizzato dalla presenza di molte architetture religiose: dalla chiesa di Santa Chiara (con annesso il monastero) che si trova sotto il Bastione di Santa Croce, e oggi  ospita il mercato rionale, al Duomo di San Michele, imponente nel suo stile barocco del XVII secolo (ubicato in cima alla via Azuni); dalla chiesa di Sant’Anna, con la sua imponente scalinata testimonianza del barocco piemontese, alla vicina ma oramai chiusa al culto chiesa di Santa Restituta; vi è poi, sempre a pochi metri di distanza e incastonata in una suggestiva piazzetta, la chiesetta di Sant’Efisio, il Santo di Stampace prima ancora che di tutta Cagliari e della Sardegna. Vi sono poi la chiesa di Nostra Signora del Carmine (XVII secolo) riedificata nel secondo dopoguerra, che si trova in viale Trieste, e nella stessa via la chiesa di San Pietro dei Pescatori (XIII secolo) in stile romanico-gotico. Infine il Convento e Chiesa dei Frati Cappuccini (in viale Fra’ Ignazio), importante centro di spiritualità, dove si venerano le spoglie di Sant’Ignazio da Laconi e del Beato Nicola da Gesturi.

Sulle origini del nome “Stampace” esistono diverse ipotesi: potrebbe derivare dall’estremo saluto “sta’ in pace” ai condannati a morte, la cui testa rotolava giù dal Castello verso la sottostante Fossa di San Guglielmo; oppure potrebbe richiamare il nome di un fiero condottiero pisano, o ancora riferirsi a una serie di grotte e camminamenti sotterranei (“stampus”), presenti nel quartiere; o infine che sia stato così denominato per ricordare una zona della città di Pisa con lo stesso nome (o una via o un quartiere) in cui vi era una chiesa dedicata a Santo Paciano.

Ad ogni modo, la storia passata ma anche recente della città di Cagliari ci racconta di un quartiere, Stampace, vivace e sempre attraversato da forti passioni e tensioni con gli abitanti di Castello, appartenenti alla nobiltà prima pisana, poi aragonese e spagnola; passioni degne dei suoi “cuccurus cottus” (teste calde) che ancora lo abitano e a cui oggi è dedicata, a luglio, una due giorni di eventi e festa, con spettacoli teatrali, cabaret e musica che animano le strade del quartiere, oltre alla distribuzione gratuita (“su cumbiru”) di pietanze come carne di pecora, pesce, malloreddus, fregula sarda offerte dagli stessi stampacini ai concittadini e ai turisti.

Castello

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Il Castello (Castèddu ‘e susu, cioè “Castello di su”, in sardo campidanese) è il principale dei quattro quartieri storici di Cagliari, ed è ubicato in posizione centrale e preminente rispetto al resto della città, su un colle calcareo a circa 100 metri sul livello del mare. Si può dire che è il cuore e il simbolo della città, e conserva intatto tutto il fascino dell’atmosfera e delle architetture medievali del passato. Il quartiere fu fondato dai Pisani nel XIII secolo: essi lo fortificarono dotandolo di mura, torri e bastioni e vi trasferirono tutte le sedi del potere civile, militare e religioso dopo la caduta della capitale giudicale di Santa Igia. È da allora che sotto ogni dominazione (Pisana, Aragonese-Spagnola e Sabauda) fino al secondo dopoguerra, Castello ha ospitato i palazzi del potere e le residenze nobiliari. Ancora oggi, il quartiere è ben delimitato e distinto dalle altre zone del centro cittadino, e vi si accede attraverso le antiche porte medievali, aperte nelle mura che in gran parte ancora delimitano il suo del perimetro. Le testimonianze più evidenti e celebri del passato medievale di Castello sono le due torri pisane (la Torre di San Pancrazio a nord, eretta nel punto più alto della città, e la Torre dell’Elefante a sud, che deve il suo nome all’elefantino in pietra posizionato su una mensola in un fianco della struttura), più la Torre dell’Aquila, inglobata nel Palazzo Boyl; e poi il Bastione di Saint Remy, con le sue palme e i suoi lecci, che venne costruito alla fine dell’800 direttamente sugli antichi bastioni spagnoli della Zecca e dello Sperone, e dal quale si scorgono gli altri quartieri storici di Marina e Villanova, ma anche l’inizio della pianura del Campidano e lo stagno di Molentargius.

Essendo stato fin dalla sua fondazione sede ufficiale delle autorità politica e militare, nonché residenza dalle famiglie nobili sarde, Castello ancora oggi offre la possibilità di ammirare gli antichi palazzi del potere, come il Palazzo Reale (Viceregio), oggi sede della Prefettura, che fu la dimora del viceré del Regno di Sardegna e in seguito ospitò i Savoia esiliati dal Piemonte. E ancora il Palazzo Arcivescovile, il Palazzo dell’Università (un complesso settecentesco in stile barocco piemontese, che oggi comprende gli uffici del rettorato, l’aula magna, la biblioteca universitaria e la collezione d’arte “Luigi Piloni”); o il Palazzo Boyl, in stile neoclassico, e Il Palazzo comunale (Palazzo di Città), in stile neogotico e risalente ai primi del ‘900, oggi sede di numerose mostre artistiche. Sette sono in totale le chiese che si contano all’interno del quartiere: la Chiesa di Santa Lucia, la Chiesa della Madonna della Speranza, la Chiesa della Purissima e la Chiesa di Santa Maria del Monte (oggi sede del Sovrano Militare Ordine di Malta) appartengono tutte allo stile gotico-aragonese; allo stile barocco, invece, si ascrivono la Basilica di Santa Croce e la Chiesa di San Giuseppe Calasanzio (anticamente chiesa degli Scolopi). Ma l’architettura religiosa più importante è la Cattedrale di Santa Maria e Santa Cecilia, edificata dai Pisani nel XIII secolo, che ha subito nel corso secoli profondi rimaneggiamenti e trasformazioni stilistiche (tra gli altri, il rifacimento nel 1930 della facciata, nel tentativo di ridarle l’originale stile romanico-pisano perduto). Sotto l’altare maggiore è presente una cripta con le tombe di principi di Casa Savoia, oltre alle spoglie dei martiri trovate nella Basilica di San Saturnino. La Cattedrale è sede dell’Arcidiocesi di Cagliari.

Ma forse il vero fascino di Castello risiede nelle sue vie e vicoli: il quartiere si sviluppa sul classico schema “a fuso”, tipico delle città di origine medioevale, con la cinta muraria e le torri a stringere e racchiudere il nucleo abitato alle estremità nord e sud, collegate appunto tramite strade lunghe e strette, a loro volta connesse da vicoletti e scalette. Al centro del quartiere si trova via Lamarmora (intitolata al generale Alberto della Marmora) che scende dalla piazza Indipendenza a nord, passando per la centrale piazza Carlo Alberto, e termina nella piazzetta Lamarmora a sud. La via era denominata dai Pisani “ruga mercatorum” e conosciuta in passato come via Dritta (“sa ruga deretta”). Parallela corre l’attuale via Nicolò Canelles (antica “ruga marinariorum” pisana) e già via dei Cavalieri, che termina al bastione di Santa Caterina. Un’altra importante direttrice del quartiere è via dei Genovesi, che dà accesso diretto al Castello da Stampace, tramite la salita di via Porcell. L’area compresa tra via dei Genovesi e via Santa Croce, nel Medioevo era il quartiere ebraico, ed è caratterizzata dalle viuzze più strette del Castello. In questa zona si trova la suggestiva via Corte d’Appello, con le crociere del portico dell’ex Collegio Gesuitico.

Il quartiere di Castello, nella parte nord a cui si accede da Porta Cristina, ospita inoltre alcuni dei più importanti musei di Cagliari, nel polo museale conosciuto come “Cittadella dei Musei”. In questo complesso, che si trova sull’area in cui sorgeva il Regio Arsenale, vi sono il Museo Archeologico, la Pinacoteca Nazionale, la Collezione delle Cere Anatomiche “Susini” e il Museo Civico d’Arte Orientale “Stefano Cardu”.

Marina

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La Marina è il quartiere storico di Cagliari adagiato tra il porto cittadino e il Castello; i suoi confini sono delimitati a nord dalle mura di Castello costeggiate dall’antica via Sant’Antonio detta anche via della Costa (l’attuale via Manno), a sud dall’odierna via Roma, a est dal viale Regina Margherita e ad ovest dal largo Carlo Felice. L’area era sicuramente abitata già in età romana, di cui si trovano reperti nell’area archeologica presso la chiesa di Sant’Eulalia, dove sono stati portati alla luce una porzione di strada lastricata e resti di abitazioni. Sotto la cinquecentesca chiesa di Sant’Agostino, invece, sono stati rinvenuti resti di strutture ascrivibili a un edificio termale.

Il quartiere venne ufficialmente fondato dai Pisani nel XIII secolo, come zona destinata ai magazzini e alle abitazioni di chi lavorava presso l’adiacente porto. Chiamato  inizialmente dai pisani Lapola o La Pola (termine che forse indicava una banchina o un’altra zona del porto), il quartiere fu dotato di cinta murarie e bastioni, e a sud da una palizzata fronte mare dove ora sorge la Via Roma. Le mura, a cui gli Aragonesi poi prestarono particolare cura, diedero al rione Lapola il ruolo di quartiere portuale del Castello e di prima difesa della città. Purtroppo oggi sono rimaste poche tracce di questi baluardi difensivi, a parte una  porzione presente all’interno dell’albergo Scala di Ferro nel viale Regina Margherita. Le porte di accesso al rione erano cinque, tra le quali la porta dell’Angelo (detta anche porta Sant’Antonio) che sorgeva all’inizio dell’attuale via Manno dal lato di piazza Costituzione, vicina alla porta della Costa nell’odierna piazza Martiri; la porta del Molo, invece, permetteva l’accesso ai pontili attraverso l’imponente palizzata fronte mare. Lo sviluppo demografico ed edilizio, e di conseguenza quello commerciale, che la Marina ebbe sotto la dominazione aragonese-spagnola, portò a uno spostamento degli interessi economici e dei commerci dal rione Castello a La Pola: mercanti, marinai e artigiani animavano il nuovo centro di sviluppo cittadino. Il rione assunse così sempre di più le caratteristiche di quartiere trafficato, vivace e animato da commerci, in cui abitavano soprattutto mercanti e pescatori, e in cui sorsero molte comunità rappresentanti delle terre con cui gli scambi commerciali erano più stretti: ad esempio una comunità di siciliani (che faceva capo alla chiesa di Santa Rosalia), o quella dei genovesi (rappresentati dalla chiesa dei Santi Giorgio e Caterina, purtroppo distrutta dai bombardamenti del ’43).

Oggi la Marina è caratterizzato da numerose viuzze, vicoli e scalette, a formare un reticolo intervallato da suggestive piazzette, ognuna con le sue peculiarità e bellezze architettoniche. L’atmosfera è rimasta quella vivace e colorata dei secoli di dominazione spagnola, grazie anche alla presenza di comunità di immigrati (soprattutto quella senegalese, ma anche indiana e cingalese) ben integrate e portatrici ciascuna della propria cultura. Nel quartiere si possono ancora ammirare alcuni palazzi molto antichi e delle chiese bellissime e di grande interesse storico-artistico. Tra le più famose, la chiesa di Sant’Eulalia (nell’omonima piazzetta)  in stile gotico, che possiede uno meraviglioso rosone sulla facciata e delle bellissime volte gotiche;  al suo interno, inoltre, si trovano un piccolo museo di arte sacra e diversi reperti di scavi archeologici. Nella via Baylle è ubicata la chiesa del Sepolcro, appartenente all’Ordine dei Templari e costruita all’inizio del XVI secolo: al suo interno si può ammirare la Cappella della Pietà (in fase di ristrutturazione) con la sua splendida cupola del 1686. La chiesa di Sant’Agostino, che si affaccia anch’essa nella via Baylle, è del 1580: presenta una facciata tipica rinascimentale e un interno con pianta a croce greca e volte a botte e una cupola emisferica. Nell’odierna via Manno, che delimita il quartiere a nord, si trova la chiesa di Sant’Antonio, con pianta centrale in stile barocco dell’inizio del XVIII secolo. Di grande valore, infine, la chiesa di San Sepolcro e la sua Cripta, forse in origine cappella dei cavalieri Templari ma di cui si hanno notizie certa a partire dal XVI secolo, quando è ufficialmente fondata dalla Confraternita del Santissimo Crocifisso dell’Orazione e della Morte, che si occupava di dare sepoltura ai poveri, e la sottostante cripta della chiesa, così come l’area circostante (attuale piazza del Santo Sepolcro) venivano utilizzate come cimiteri.

Villanova

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Villanova (Biddanoa in sardo campidanese) è, tra i quattro quartieri storici di Cagliari, il più recente, sebbene il nucleo originario sia stato fondato dai Pisani nel tardo XIII secolo. Sorge ai piedi del versante est del colle di Castello, e la sua storia inizia con la costruzione di abitazioni sparse da parte di contadini campidanesi che volevano avvicinarsi alla città per agevolare il commercio dei propri prodotti; in seguito, il quartiere venne popolato anche da numerosi artigiani (come fabbri e falegnami) che vi stabilirono le proprie botteghe e laboratori. Fino ai primi decenni del XX secolo, l’origine “contadina” del quartiere era rivelata anche dai molti orti e vigne che lo circondavano. Oggi Il quartiere si presenta con due volti: la sua parte antica, tra la via Garibaldi a sud-est e il terrapieno di viale Regina Elena a nord, è caratterizzata da semplici e colorate abitazioni di uno o due piani, numerose chiese e molte botteghe artigiane; mentre la parte recente, sviluppata ai lati della centrale via Sonnino, è ricca di palazzi sorti a partire dagli anni ’30 del XX secolo, che hanno progressivamente occupato il posto dei campi e della campagna.

Nonostante i molti mutamenti, è stato comunque possibile stabilire il perimetro dell’antica cinta muraria del quartiere: essa cingeva il rione lungo le attuali via San Giovanni e via Garibaldi, interrompendosi a sud con la porta Villanova,  all’imbocco della via Sulis, e a nord con la porta Cavana, posta all’incrocio della via San Giovanni con la via San Giacomo, in corrispondenza della piccola chiesa di San Cesello; questo era l’antico confine del quartiere e della città di Cagliari stessa: vi era infatti il limite doganale. La conformazione topografica dell’area di Villanova (adagiata sulla pendice est del colle di Castello) ha delineato il modo in cui si è sviluppata la rete delle strade, con la via San Giovanni più in alto, e a scendere – quasi parallele – la via Piccioni, via Giardini, via San Giacomo e via San Domenico (tutte unite da vicoletti e scalette), a seguire l’altimetria del terreno fino a valle.

I centri di aggregazione principali della Villanova vecchia erano e sono tutt’ora la piazza San Giacomo e la piazza San Domenico; quest’ultima è bell’esempio di coorte medievale, con le facciate regolari delle palazzine che vi si si affacciano. Al centro vi è ancora la croce di epoca medioevale che attestava la giurisdizione del quartiere. Tutta questa parte del quartiere è caratterizzata da piccole e piccolissime botteghe e abitazioni, come gà detto semplici e basse, che hanno spesso terrazze e persino piccoli orti cinti da alti muri.

Numerose sono le architetture religiose a Villanova: molto interessante è la chiesa di San Giacomo (nell’omonima piazza), con una facciata in stile neoclassico e l’interno in stile gotico; accanto alla chiesa si trovano l’Oratorio del Santo Cristo e l’Oratorio delle Anime, in cui gli abitanti del quartiere organizzano le funzioni religiose durante la Settimana Santa. La chiesa di San Domenico è situata nella zona orientale del quartiere; fu danneggiata durante i bombardamenti del 1943 e ricostruita nel 1953. Conserva ancora la Cappella del Rosario (1580) e il suo Chiostro. Altre chiese sono la chiesa di San Giovanni (sede dell’Arciconfraternita della Solitudine), la chiesa di San Cesello (antica sede del Gremio dei Bottai), la chiesa di San Rocco (in origine chiesetta campestre sede del Gremio dei Lattai), la chiesa di San Lucifero nell’omonima piazza (un edificio secentesco) e la Basilica di San Saturnino i(n piazza San Cosimo), la chiesa più antica di tutta la città, fondata nel V secolo e poi spesso rimaneggiata. Sempre nella parte vecchia del quartiere si trovano inoltre bellissime palazzine e villini in stile liberty, come il palazzo Valdes (all’inizio di viale Regina Elena). Ancora più su, ai confini nord del quartiere, si trova l’area verde dei Giardini Pubblici, che accolgono numerose specie botaniche; il parco è abbellito da fontane e sculture in marmo, e vi si trova la palazzina in stile neoclassico dell’ex Polveriera, che oggi ospita la Galleria Comunale d’Arte di Cagliari.

Villanova è sede delle più antiche confraternite che si occupano di organizzare le celebrazioni della Settimana Santa, di matrice spagnola e gesuitica. Ancora oggi i cantori appartengono alle storiche famiglie popolari originarie del quartiere. Questo particolare e suggestivo incontro tra le atmosfere fuori dal tempo e tranquille della parte vecchia (che pare quasi un paesino nel cuore della città) e la vivacità e modernità della zona nuova del quartiere, è senza dubbio la caratteristica peculiare di Villanova, che negli ultimi anni è stata riscoperta dagli stessi cagliaritani ed è una delle mete più frequentate della movida giovanile.