Bari Sardo

Bari Sardo (Barì in sardo) è un comune sardo di 3984 abitanti della provincia di Nuoro (rientrante fino al 2016 nella ex provincia dell’Ogliastra), situato a pochi km dalla costa orientale della Sardegna, nella regione storica dell’Ogliastra.

Bari Sardo sorge sul suggestivo altopiano basaltico Teccu ‘e su Crastu, tra colline ricche di frutteti e vigneti. È conosciuta principalmente per l’artigianato tessile: tappeti, arazzi, coperte e lini. Oltre all’artigianato, la cittadina ha un’economia basata sul settore agricolo e sul turismo estivo.

Simbolo di Bari Sardo è la torre di Barì, realizzata dagli aragonesi fra 1572 e 1639 in uno sperone roccioso sul mare.

Nel comune puoi trovare:

  • Mare
  • Montagna
  • Storia e Archeologia
  • Folclore e Tradizioni

Mare

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Bari Sardo possiede un litorale incantevole, che rappresenta una delle sue maggiori attrattive turistiche. La sua costa si estende per circa 10 km, con acque limpide e pulite, che hanno permesso al comune di meritarsi varie volte la bandiera blu negli ultimi anni. Alle sue spalle del tratto costiero si estende quasi dappertutto una folta macchia mediterranea, dominata dalla presenza del ginepro rosso e dal ginepro fenicio, oltre a numerose pinete di pino domestico. In buona parte del litorale sono presenti vari servizi di supporto alla balneazione, e strutture ricettive come bar, punti di ristoro, diving center e locali notturni.

Partendo da nord, vediamo quali sono le principali e più conosciute spiagge e cale del territorio. Sulla costa a sud di Capo Bellavista, tra Tortolì e Bari Sardo, sorge la spiaggia di Cea: un lungo arenile di sabbia fine e bianca, delimitato a sud da una lingua di scogli conosciuta come Punta Niedda. La spiaggia è nota per la presenza a pochi metri dalla riva dei bellissimi Faraglioni rossi (Is Scoglius Arrubius). Alle sue spalle si estende una fitta e profumata macchia mediterranea; sono inoltre presenti un chiosco bar, un ampio parcheggio e un noleggio di attrezzature da spiaggia.

Proseguendo verso sud, s’incontra subito la scogliera di Punta Niedda, che si presenta frastagliata e va ad interrompere il litorale sabbioso della costa bariese. Le caratteristiche rocce basaltiche di origine vulcanica, molto scure, contrastano con il colore chiaro degli scogli della caletta che la unisce alla spiaggia di Cea. Punta Niedda è ideale per lunghe passeggiate e per gli amanti dello snorkeling e delle immersioni, per via dei suoi suggestivi fondali. Più a sud ancora, si trova S’Abba e s’Ulimu, piccola cala molto suggestiva incastonata tra due pareti basaltiche che cadono a picco sul mare; il suo fondale è formato da scogli e sassi che grazie alla scarsa profondità sono perfettamente visibili dall’esterno e creano un affascinate gioco di luci e colori.

È poi la volta della lunga spiaggia di Torre di Barì, che si estende ai due lati di un’antica torre costiera spagnola; a nord della Torre l’arenile è color ocra e a grana grossa; a sud la sabbia è invece molto sottile, e il fondale è costituito da sassolini grigi. La spiaggia è contornata da una bellissima pineta, utile per ripararsi dal sole nelle ore centrali della giornata. In alcuni punti il fondale roccioso consente interessanti battute di pesca subacquea e snorkeling.

Proseguendo ancora, troviamo la spiaggia di Sa Marina, con un arenile di sabbia chiara sottile mista a ciottoli; le sue acque splendono di vari colori grazie ai i giochi di luce creati dal sole riflesso nel primo tratto del fondale ricoperto di sassi. A seguire si incontra la spiaggia di Foxi, che prende il nome della foce del torrente Bau Enì, che d’inverno sfocia in questo tratto di costa; qui cresce la tipica vegetazione palustre e abbondano specie di uccelli acquatici come folaghe, germani reali, gallinelle d’acqua e aironi. Il litorale di Bari Sardo termina a sud con le lunghe spiagge di Pranargia e di Foddini (questa già in territorio di Cardedu) lunghe diversi chilometri e orlate alle loro spalle da una fresca pineta; presentano un fondale profondo quasi subito, ed essendo inoltre esposte ai venti, sono meta ideale per i surfisti e i kiters.

Montagna

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Il territorio di Bari Sardo, esteso su di una superficie di 38 kmq, offre al visitatore una ricca varietà di ambienti e paesaggi differenti.

Nell’entroterra si incontrano le fertili pianure di Planargia e Goleri, che si estendono ai piedi delle verdi colline di Su Pranu e Pizzu’e Monti, e l’immenso altopiano (o giara) di Teccu. Il territorio è dominato dalla macchia mediterranea, che si spinge fin sulla costa per abbracciare il mare cristallino e regalare un panorama veramente suggestivo. Le pianure e le colline del territorio bariese rappresentano da sempre terre fertili e produttive, che in passato, e in parte anche oggi, ospitavano numerosi frutteti, vigneti e campi coltivati, oltre a offrire durante tutto l’anno ampie zone di pascolo per il bestiame. La campagna bariese è uno spettacolo di colori e profumi che cambia al cambiare delle stagioni; passeggiare a piedi o in bici nei sentieri che la percorrono si rivela sempre piacevole ed emozionante, soprattutto durante la stagione primaverile e autunnale.

La macchia mediterranea offre rifugio a varie specie di mammiferi, come donnole, gatti e conigli selvatici, lepri, ricci, volpi e cinghiali. Dal punto di vista floristico, corbezzolo ed erica si alternano al cisto, al rosmarino, alla lavanda selvatica, al ginepro, alla ginestra e ai lentischi. Un altro ambiente vegetale abbastanza diffuso nella zona è il pascolo alberato, in cui la copertura arborea è formata principalmente da tre tipi di quercia: roverella, sughera e leccio.

Di grande importanza naturalistica è l’altopiano di Teccu (o Giara di Teccu), che dalla periferia orientale del paese si spinge fin sulla costa; l’altopiano rappresenta una grande risorsa sia dal punto di vista naturalistico che da quello archeologico, ospitando numerosi siti d’epoca prenuragica e nuragica. Si tratta di un’area naturale di origine vulcanica, dunque basaltica, e rappresenta appunto uno dei pochi promontori basaltici della Sardegna. Una vera e propria oasi naturalistica che conta un’incredibile varietà di piante (sono 401 quelle censite, 387 delle quali spontanee), e regala dei panorami straordinari, trovandosi a pochissimi km dalla costa e sovrastando il meraviglioso mare ogliastrino. L’altopiano è ricco di nuraghi e di grotte e cavità naturali o create dall’uomo, che si possono scoprire in mezza giornata di trekking a contatto con la natura. Sono numerose le tracce di antichi insediamenti umani, che rendono la zona importante anche dal punto di vista archeologico: al periodo prenuragico (età del rame e del bronzo) risalgono le varie Domus de Janas sparse nel territorio; non mancano i resti archeologici di età nuragica, come il Nuraghe Iba Manna di cui restano i ruderi nel punto più alto della zona.

Storia e Archeologia

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La presenza dell’uomo è testimoniata nel territorio di Bari Sardo fin dal periodo prenuragico (Neolitico), periodo in cui vengono innalzati vari menhir e scavate le prime domus de janas ancora oggi osservabili. In epoca nuragica, durante l’età del bronzo, vengono edificati in totale 14 nuraghi e alcune tombe dei giganti. Oggi sono riscontrabili i resti dei nuraghi di Ibba manna, Ibbixxedda, Niedda Puliga, Moru, Mindeddu e Sellersu, e le tombe dei giganti di Canali, Uli e Pitzu Teccu.

Nel periodo della dominazione romana, nel territorio – lungo l’antica Orientale Sarda, ai confini con Cardedu – si trovava un presidio detto “Custodia Rubriensis”, dal nome della popolazione protosarda dei Rubrensi che abitava in queste terre, che rappresentava allora il centro più importante dell’Ogliastra. Altri ritrovamenti significativi risalenti all’età romana sono i materiali litici e ceramici ritrovati in molti nuraghi, oltre che e i resti della carreggiata dell’Orientale che, lungo la costa, collegava Barì con il centro di “Solki”. Tale strada costeggiava l’altipiano di Teccu fino ad Ibba Manna per poi immettersi nell’attuale centro storico del paese dove, forse, si trovava un tempio pagano.

L’avvento del Cristianesimo porta alla nascita di alcuni villaggi intorno a chiesette rurali; ma nei decenni successivi, le incessanti incursioni barbariche e le scorrerie saracene costringono la popolazione costiera a spostarsi verso l’interno, dando così origine alla Villa di Barì (parola di origine mesopotamica che significa “acquitrino”) nell’attuale sito a 4 km dalla costa. Siamo in periodo altomedievale. Il borgo viene citato la prima volta in un documento del XII secolo riguardante la “coltivazione di cereali, grano e orzo”, quando fa già parte a tutti gli effetti del giudicato di Cagliari, al quale apparterrà fino al 1258, quando viene annessa prima dal giudicato di Gallura e poi dalla Repubblica di Pisa. In seguito, entra a far parte dal 1324 del Regno di Sardegna aragonese e, nel 1479, passa sotto il dominio della Corona spagnola. Di questo periodo resta tra l’altro, su di uno sperone di roccia che si allunga sul mare, la grande torre difensiva fatta costruire, per decreto di Filippo II, contro le incursioni dei Saraceni.

Nel corso del XVIII secolo le condizioni di vita del borgo di Barì rimasero sostanzialmente quelle dei due secoli precedenti di dominazione spagnola: il rapporto di dipendenza dal feudatario si fece però molto più lento, e varie volte l’amministrazione centrale, approfittando della lontananza dei feudatari, pensò di riscattarlo. Nel 1715 inizia per Barì il periodo della dominazione sabauda, caratterizzato da gravi problemi, tra cui il malgoverno, tributi molto pesanti e la malaria. Nel 1766 il villaggio passa dai Català agli Osorio: ormai la sua popolazione supera i 1200 abitanti e il centro abitato inizia ad avere una disposizione più ordinata e razionale. Inoltre l’istituzione del Consiglio comunitativo e del Monte granatico fanno crescere l’aspirazione a interrompere del tutto la dipendenza feudale; si arriva così al 1821, con l’inclusione di Barì nella provincia, e al successivo riscatto dagli ultimi feudatari nel 1840. Con la costituzione del Regno d’Italia nel 1861, alla parola Barì viene aggiunto l’attributo “Sardo” per evitare l’omonimia con il capoluogo pugliese.

Per quanto riguarda le architetture religiose presenti a Bari Sardo, da segnalare innanzitutto la chiesa parrocchiale della Beata Vergine del Monserrato, costruzione imponente al centro del paese, sicuramente una delle chiese più belle in Sardegna. I lavori di costruzione iniziarono nel XVII secolo, sulle rovine di un edificio più antico, e fu completata solo nel 1720. La chiesa presenta una facciata semplice, con un unico portale e un finestrone nella parte superiore; a destra si innalza il campanile, con i suoi 35 metri di altezza, in stile barocchetto piemontese. L’interno è a pianta a croce latina, con unica navata in cui si affacciano tre cappelle per ciascun lato. Di particolare pregio è il monumentale altare della Madonna del Rosario, fatto erigere dall’omonima confraternita.

Ancora, la chiesa di San Leonardo, una chiesetta del XVI secolo che ospitò in passato la statua in legno dell’omonimo santo; si trova su una collina da cui si domina l’intero centro abitato. L’edificio è interamente in pietra, caratterizzato da un’unica navata rettangolare. Nella semplice facciata si apre un portone con architrave in pietra, e sulla parte laterale destra vi sono due contrafforti in pietra. Menzioniamo infine Santa Cecilia, una piccola chiesa campestre, oggi inglobata nel tessuto urbano e utilizzata in occasioni particolari. L’edificio è in pietra e presenta una pianta rettangolare articolata in un’unica navata; all’interno è posto un semplice altare con basamento e decori in altorilievo, e alle sua spalle una nicchia che ospita la statua della santa.

Tra le architetture militari spicca invece la torre d’avvistamento spagnola, simbolo di Bari Sardo. La costruzione fortificata sorge su un promontorio a picco sulla costa; stando a quanto scritto sulla “Carta sulla descricion de la Isla Y Reyno de Sardena” di Francesco Vico, la sua edificazione si può collocare fra il 1572 e il 1639, per volontà del re Filippo II. La sua funzione originaria, con i suoi 15 km di visuale sulla zona, era quella di avvistamento di eventuali flotte nemiche in avvicinamento. Di forma troncoconica, ha un’altezza di 12,75 metri e si mantiene tutt’oggi in buono stato.

Folclore e Tradizioni

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Bari Sardo conserva tutt’oggi numerose tradizioni che affondano le proprie radici in un antico passato; tante sono infatti le usanze dei secoli passati che ancora si rinnovano in un intreccio tra riti sacri e pagani. Le origini agropastorali della cittadina si riflettono in molti aspetti della vita quotidiana, dalle cerimonie religiose alla gastronomia e all’artigianato.

Sul fronte delle ricorrenze religiose, molto sentita è la festa di Sant’Antonio Abate (16 e 17 gennaio), con i grandi falò rituali nelle vie del paese e la distribuzione di dolci e vino.

Estremamente suggestivi sono i riti della Settimana Santa bariese: la Via Crucis  del venerdì santo, con la sacra rappresentazione vivente che percorre le vie del paese e si conclude vicino ai ruderi della chiesa di San Leonardo; e, la domenica di Pasqua, la processione de S’Incontru, con i simulacri del Cristo risorto e della Madonna. A fine giugno si tiene invece la festa del Corpus Domini, con le cappelle rionali e l’esposizione ai balconi di preziose coperte e di tappeti artigianali, per onorare il passaggio della processione. Un’altra ricorrenza affascinante per la presenza di un rito antico legato alla cultura agropastorale, è la Sagra de Su Nenniri (cioè la festa di San Giovanni) a luglio; in tale occasione vi è la preparazione di vasi di germoglio di grano (appunto “su nenniri”) che vengono lanciati in mare con significato propiziatorio, alla fine di una suggestiva processione religiosa accompagnata da gruppi folk con antichi costumi tradizionali. Ai visitatori è usanza offrire la frutta di stagione e il pane pintau.

A settembre è la volta della festa della Beata Vergine del Monserrato e di quella dei Santi Michele e Girolamo, entrambe con processione per le vie del paese e tanti eventi collaterali come gare poetiche dialettali, balli sardi e spettacoli musicali.

Sul fronte delle manifestazioni civili e degli eventi culturali, segnaliamo l’allegro e colorato carnevale bariese “Su Maimoni”, a febbraio, che culmina con i festeggiamenti del martedì grasso, e le numerose sagre e manifestazioni turistiche estive, curate dal Comune e dalla Pro Loco. Tra queste, ad agosto, la sagra culinaria dedicata ai culurgiones, che ogni anno richiama migliaia di visitatori; la festa ha lo scopo di promuovere i prodotti tipici locali ma anche permettere ai turisti di entrare in contatto con tradizione e cultura bariese. Cultura che ben si esprime nell’artigianato locale, soprattutto nella tessitura: coperte, tappeti e arazzi che affondano le proprie radici nella tradizione araba; vere e proprie artiste del telaio ripropongono gli antichi corredi da sposa, con motivi e colori che si rifanno alla vita campestre: cervi, pavoni, gallinelle, fiori dalle forme simboliche e dai colori vivaci. Un’altra espressione dell’artigianato locale sono le produzioni di cestineria, create con le materie prime offerte dal territorio: asfodelo, rafia, paglia, vimini, giunco etc.

La gastronomia del luogo è basata principalmente su piatti semplici della tradizione contadina: tra i primi spiccano i formati di pasta fresca come i culurgionis e i malloreddus, o le minestre con “casu e vita”, o ancora “sa fregula”;  tra il pane abbiamo il pane pintau, il pistoccu, il moddissosu e la particolare focaccia coccoi con zucca. Tra i secondi, pregiato è “su porceddu”, cucinato allo spiedo e consumato anche freddo, con l’aroma del mirto; squisiti anche gli arrosti di pecora o agnello allo spiedo. Ma non mancano i secondi di pesce, sempre fresco e di provenienza locale. Ottimi i formaggi pecorino, la ricotta, il “casu marzu” e il “casu agedu”.

Tra i dolci tipici, i più diffusi sono le pabassinas, le panisceddas, gli amaretus, il gattou e le pardulas. Da non dimenticare il frutto dei vigneti delle colline bariesi: pregiatissime uve da cui nascono vini eccellenti, come il Cannonau, il più diffuso e apprezzato nelle sue varianti rosso, ambrato e bianco. Da provare anche i liquori locali, come mirto e acquavite (detta “s’abba ardenti”).