Bosa (in sardo Bosa o ‘Osa) è un comune sardo di 7.936 abitanti della provincia di Oristano. Unica città fluviale della Sardegna, è il principale centro abitato della subregione della Planargia, inserita nella regione storica del Logudoro. Il comune comprende una pittoresca frazione marittima, Bosa Marina. Insieme ad Alghero, Bosa è sede vescovile della diocesi di Alghero-Bosa, e fa parte dell’Unione di Comuni della Planargia e del Montiferru occidentale.

L’economia bosana si basa prevalentemente su agricoltura e pesca, ma soprattutto negli ultimi anni ha visto un aumento crescente del settore turistico, prevalentemente estivo, grazie anche all’arrivo dei turisti dall’estero dovuto all’implementazione dei voli low cost dell’aeroporto di Alghero-Fertilia.

Nel comune puoi trovare:

  • Mare
  • Montagna
  • Storia e Archeologia
  • Folclore e Tradizioni

Mare

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Il litorale di Bosa è rinomato in tutta la regione ed è frequentatissimo durante la stagione estiva.

Vediamo quali sono le spiagge e le cale principali meritevoli di una visita.

La spiaggia di Bosa Marina prende il nome dall’omonima frazione del paese adagiato nella valle del fiume Temo. Lunga circa un km, è caratterizzata da soffice sabbia di color dorato; il mare che la bagna è particolarmente trasparente e di un bel colore verde smeraldo con diverse tonalità di azzurro. Le sue acque, limpide e pulite, vengono premiate ogni anno con le “5 vele” di Legambiente. Il lido è dominato dalla Torre Aragonese, situata in cima al colle di quella che prima era l’Isola Rossa, ora unita alla terraferma per mezzo di un bastione carrabile.

La spiaggia di S’Abba Druche (acqua dolce) è una fra le spiagge più conosciute di Bosa: si tratta in realtà di tre bellissime calette separate da scogli e circondate da una natura selvaggia. La prima è una larga spiaggia di ciottoli; la seconda, più aperta, è denominata “Su Calighe” in quanto la sua forma ricorda quella di un calice; mentre la terza, la più piccola, viene detta “Capideddu”.

C’è poi la caletta di Cumpoltitu, piccolo angolo di paradiso circondato da una natura incontaminata, con un arenile di sabbia bianca e sottile. Protetta da bellissimi promontori da entrambi i lati, dai quali si gode di una vista panoramica sulla costa bosana.

Una delle spiagge più conosciute è Cala Sa Codulera, con fondo ciottoloso, acque basse e limpide, e dominata dalla Torre che dà il nome alla località. La spiaggia di Cala Manago, infine,  si trova lungo la costa che da Bosa conduce al Alghero. Nascosta fra la rigogliosa vegetazione mediterranea, è caratterizzata da sabbia finissima di un chiaro color ambra che verso l’interno lascia spazio a bellissimi ciottoli levigati. Le acque che la bagnano sono di un bellissimo azzurro-verde, indicate per chi ama le immersioni. Proprio in questo tratto di costa, in un contesto tutelato con vincolo paesaggistico e riconosciuto quale sito di interesse comunitario, è presente l’unica colonia sarda di grifoni (gyps fulvus), specie protetta a causa del rischio di estinzione. Tra le numerose specie viventi presenti nel mare di Bosa ce ne sono alcune molto rare nel mar Mediterraneo, come l’anemone gioiello, di colore lilla, che si trova nella secca di Su Puntillone, a sud di Bosa Marina. È una specie endemica dell’oceano Atlantico.

Montagna

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Il territorio comunale di Bosa si trova in una regione collinare-litoranea, nel contesto geografico dell’altopiano della Planargia, chiuso a sud dalla catena del Montiferru, a est dal Marghine e dalla Campeda, a ovest dal mar di Sardegna e a nord dalla dorsale dei rilievi di Sa Pittada e di monte Mannu. È attraversato dal corso del Temo, l’unico fiume in parte navigabile della Sardegna, nella cui piana alluvionale si adagia il centro abitato. Il suo territorio è ricco di sentieri di campagna molto interessanti per piacevoli passeggiate a piedi o bicicletta. Se invece l’idea è quella di una vera e propria escursione in zone verdi di alta collina, si può optare per la foresta di Santa Maria, all’interno del complesso forestale Montiferru-Planargia, ideale per escursioni in mezzo alla profumata macchia mediterranea. Il paesaggio della media valle del Temo, invece, è caratterizzato dalla valle interna del fiume e dei suoi affluenti; una conformazione naturale resa suggestiva dall’incisione della valle contornata da pendii dolci e da ripiani; si tratta di un ambiente rimasto quasi del tutto incontaminato. Notevole è la varietà delle tipologie ambientali (ambienti fluviali, stagni temporanei, ambienti rocciosi, foreste di sughera e leccio, macchia mediterranea) tanto che l’area è stata ritenuta d’importanza nazionale. Lo stagno di Pedrasenta costituisce un sito d’interesse regionale per la sosta e lo svernamento di molti uccelli acquatici. concerne i riguardo i mammiferi, si ha la presenza di una buona popolazione di martora e di gatto selvatico, ma anche di cinghiale.

Alcuni km più a sud-est, sull’altro versante del massiccio del Montiferru, si trova la suggestiva località di San Leonardo de siete fuentes (comune di Santulussurgiu), la borgata turistica così chiamata per la presenza di sette fontane. Qui la pace regna sovrana, fra boschi di lecci, roverelle e acque cristalline, meta privilegiata di quanti cercano il relax, la fresca aria di montagna, i colori e i profumi della folta vegetazione. Incastonata tra i pendii rocciosi del Montiferru, questo piccolo centro sardo offre la possibilità di escursioni su itinerari naturali o su pavimentazione in basalto, rendendo piacevoli e sempre originali le passeggiate e le escursioni a piedi o a cavallo. I mufloni, i cervi e i cinghiali vivono indisturbati in questo paradiso naturale e molte specie di uccelli ne hanno fatto la loro dimora ideale.

Storia e Archeologia

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Il territorio di Bosa fu abitato già in epoca preistorica,  come dimostrato dagli ipogei funerari individuati in varie località, tra cui Badde Orca, Capitta, Coroneddu ed altre Poco numerose sono, invece, le testimonianze riconducibili all’Età del Bronzo e alla civiltà nuragica, a parte i due nuraghi complessi nelle località di Monte Furru e di S’Abba Druche (dove sono stati individuati anche i resti di una tomba dei giganti) e quelli della struttura semplice di Rocca Pischinale e di Santu Lò. Non si sa invece nulla di certo sullo stanziamento fenicio-punico, tranne che i Fenici usarono per l’approdo la foce del fiume Temo, riparata dalle mareggiate dall’Isola Rossa. Forse proprio lì, o più probabilmente nella vallata di Messerchimbe, sulla sponda sinistra del fiume, svilupparono un centro abitato. In età romana la città divenne, forse dalla prima età imperiale, un municipio con un proprio ordine di decurioni. In età bizantina l’abitato era ancora posto sulla riva sinistra del Temo, presso il sito della chiesa di San Pietro. In epoca giudicale, Bosa fu capoluogo della Curatoria di Planargia, nel Giudicato di Logudoro e sede vescovile. Con l’edificazione del castello dei Malaspina sul colle di Serravalle nella seconda metà del XIII secolo, la popolazione ha cominciato gradualmente a trasferirsi nella riva destra del fiume, alle pendici del colle fortificato che garantiva una maggior protezione contro le incursioni saracene. La vecchia Bosa fu pian piano abbandonata. Nel 1297 il Papa Bonifacio VIII concesse in feudo la Sardegna al re d’Aragona Giacomo II. Così, nel 1308 i Malaspina vendettero i loro diritti sulla Planargia, compreso il castello, a Mariano II d’Arborea. Il castello e il suo borgo passarono, con l’arrivo degli aragonesi, prima al giudicato d’Arborea, poi il territorio fu di nuovo in mano ai Malaspina fino al 1330 quando lo cedettero definitivamente allo spagnolo Pietro Ortis a cui si deve l’ampliamento della cinta muraria con la creazione di una torre. Nel 1355, nel primo parlamento sardo, Bosa fu rappresentata sia nel braccio feudale che in quello ecclesiastico. Tra i suoi privilegi vi era quello di battere moneta: ne venne coniata una di piccolo taglio chiamata Minuto. Nel 1478 gli arborensi furono sconfitti definitivamente. L’Età moderna vede Bosa nominata Città Reale dal re Ferdinando il Cattolico (nel 1499), concedendole i privilegi e gli onori del caso e lasciando il castello infeudato all’ammiraglio Villamarì. Mentre la città si sviluppa e progredisce, l’interesse dei feudatari diminuisce e il castello inizia la sua decadenza, venendo poi abbandonato nel 1571 dai soldati. Quando nel 1528 la foce del Temo fu ostruita con dei massi per impedire lo sbarco dei francesi comandati da Andrea Doria, anche la città si avviò al declino: acque malariche ristagnarono a S’Istagnone e il porto divenne accessibile solo pochi mesi all’anno, facendo crollare i diritti doganali; il delta del fiume si interrò a causa della sabbia e delle alluvioni. Per quasi due secoli, Bosa e la Planargia vissero alterne vicende, legate alle sorti del regno di Sardegna spagnolo. Passata con l’intera Sardegna agli Asburgo d’Austria nel 1714, quindi ai Savoia tra il 1718 e il 1720, la città riacquistò via via una certa importanza. Nel 1750 il re Carlo Emanuele III autorizzò un gruppo di coloni provenienti dalla Morea a insediarsi su una parte del territorio di Bosa: fu così fondato il paese di San Cristoforo, in seguito chiamato Montresta.

La città conobbe nell’800 un incremento demografico progressivo; le vecchie mura vennero abbattute e già alla metà del XIX secolo la città si ampliò verso il mare. Le opere pubbliche di questi anni diedero al centro un aspetto dignitoso, riscontrabile ancora oggi. Negli ultimi decenni del ‘900, l’espansione urbana ha portato al congiungimento del centro alla marina, con interventi edilizi come due nuovi ponti, di cui uno esclusivamente pedonale.

Riguardo le architetture religiose di interesse storico-artistico, sono numerosi gli edifici presenti sul territorio comunale che danno testimonianza del variare del gusto architettonico nel corso dei secoli: dagli ambienti spogli di una delle prime costruzioni romaniche della Sardegna, la chiesa di San Pietro, per arrivare agli interni barocchi della concattedrale dell’Immacolata Concezione, passando agli affreschi della chiesa palatina di Nostra Signora de Sos Regnos Altos, rarissimo esempio di pittura parietale trecentesca.

Tra le architetture militari, naturalmente, svetta il Castello dei Malaspina: possente fortezza militare edificata nel 1112 dai Marchesi Malaspina, sorge in cima al colle di Serravalle. Durante i secoli la struttura venne spesso ampliata, da pisani, aragonesi e spagnoli. L’antico edificio si ingrandì sino a diventare un complesso circolare. Oggi è ancora integro il mastio centrale o torre regina, circondato da una cinta muraria sulla quale si elevano torri di avvistamento disposte a quasi uguale distanza, dalle quali si può osservare un suggestivo panorama di tutto il paesaggio circostante.

Tra le architetture civili, merita d’essere menzionato il complesso delle vecchie concerie, eretto tra il ‘600 e il ‘700 lungo la riva sinistra del Temo, in prossimità del Ponte Vecchio; nell’800 divenne il maggior centro conciario della Sardegna con 28 strutture in attività. Dismesse nel 1962, le vecchie concerie sono state classificate come monumento nazionale, poiché rara testimonianza di architettura industriale all’interno di un contesto urbano. Si tratta di un insieme di stabilimenti conciari che si estendono con uno schema a timpani affiancati.

Folclore e Tradizioni

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A Bosa, delle tante feste religiose praticate nel corso dei secoli, alcune si svolgono ancora oggi, mentre di altre si è mantenuto il ricordo nella memoria orale degli abitanti. Una è la festa della Madonna del Mare (Santa Maria Stella Maris) che si tiene ancora la prima domenica di agosto. Dalla chiesa omonima di Bosa Marina – dove la statua della protettrice di marinai e pescatori è collocata – un corteo di barche addobbate scorta il simulacro lungo il fiume Temo per circa 2 km. Giunta all’altezza del Ponte Vecchio, la statua è condotta nella cattedrale per la celebrazione della messa. La sera, la Madonna è portata nuovamente in processione verso Bosa Marina, oltrepassata la foce, si rende omaggio ai caduti in mare. La festa si sposta poi lungo le strade di Bosa Marina, piene di bancarelle e addobbate a festa. La notte si svolgono spettacoli pirotecnici sulla spiaggia, vicino alla torre dell’Isola Rossa. Un’altra festa religiosa molto sentita dai bosani è la festa di Nostra Signora di Regnos Altos La seconda domenica di settembre si celebra la festa in onore della Vergine Nostra Signora di Sos Regnos Altos: il simulacro della Madonna, situato nell’omonima chiesa tra le mura del castello di Serravalle, è portato in processione lungo i vicoli del borgo medievale di Sa Costa. Ogni famiglia del rione, secondo la tradizione, espone dalle finestre tendaggi ricamati e allestisce sull’uscio un altarino con la statuetta della Vergine; ciascuno di questi rappresenta una sosta per la preghiera (parada de sos altaritos). Infine nelle strade del borgo, di sera, ci si raccoglie per la veglia intorno a tavolate imbandite per l’occasione con prodotti e dolci tipici. Suggestive anche le celebrazioni della Settimana Santa, per quanti amano il folklore religioso. Particolari le rappresentazioni che ricordano la passione e la via crucis di Cristo, accompagnate da canti tradizionali e dalla processione dei fedeli che trasportano le statue dei Santi.

Ma non si può parlare delle tradizioni di Bosa senza citare il famosissimo Carnevale bosano, il Karrasegare Osinku, i cui festeggiamenti hanno inizio il giorno di “Giogia lardagiolu”, a una settimana dal giovedì grasso, con cortei di maschere dal volto coperto di fuliggine e con berretto e giacca indossata al contrario, muniti di improvvisati strumenti musicali, come la serragia e mestoli e coperchi di pentole (cobertores); si aggirano per le strade dileggiando quelli che durante l’anno si sono resi protagonisti di eventi scandalosi e canzonando il malcapitato di turno, a cui viene chiesto un contributo in cibo per la cena (parte ‘e cantare). La sera, secondo la tradizione, si preparano banchetti a base di fave e lardo, vino novello e zeppole (frisciolas). La mattina del martedì grasso sfilano le attitadoras, vestite di nero in segno di lutto: indossano una gonna lunga (gunnedda), uno scialle (moccaloru) e a volte un bustino (isciacca). Le maschere-prefiche recitano lamentazioni funebri e si esibiscono in rituali come il dondolio del capo o del busto o la percussione del petto; i lamenti funebri sono di argomento satirico e con chiare allusioni sessuali. Si tratta infatti di una parodia che rimanda ad una generica richiesta di latte rivolta alle donne non mascherate; questa richiesta di latte, vino o altro permette di allacciare rapporti metaforici a livello di ambivalenze e allusioni sessuali. Al tramonto lo scenario cambia: le maschere si vestono con lenzuola e copricapi bianchi, trasportando torce o candele per cercare Gioltzi, vagando per le strade fino a tarda notte, inseguendosi e catturandosi l’un l’altra per svelare le rispettive identità. Il catturante può urlare “Ciappadu, ciappadu!”, annunciando di aver trovato Gioltzi, cioè il capro espiatorio del rito carnevalesco. In seguito, un pupazzo che lo raffigura è condannato e sacrificato con un rogo catartico nell’euforia collettiva, ponendosi fine al Karrasegare. Gli evidente aspetti di drammatizzazione del  suggestivo carnevale bosano hanno attirato l’attenzione di antropologi culturali e di studiosi di teatro e tradizioni popolari.