Arbus è un comune sardo di 6.387 abitanti della ex provincia del Medio Campidano, ora appartenente alla provincia del Sud SardegnaSi trova nella zona costale occidentale e dista circa 80 km da Cagliari.

È un centro agro-pastorale conosciuto per le località balneari della Costa Verde e per la frazione di Ingurtosu, le cui miniere dismesse sono parte del Parco geominerario storico ambientale della Sardegna; è una apprezzata meta turistica nel periodo primaverile ed estivo.

La spiaggia principale, quella di Piscinas, comprende uno dei sistemi di dune e più grandi d’Europa.

Nel comune puoi trovare:

  • Mare
  • Montagna
  • Storia e Archeologia
  • Folclore e Tradizioni

Mare

La meravigliosa e selvaggia Costa Verde

Gutturu’e Flumini

Arbus dista circa mezz’ora di macchina da alcune delle spiagge più belle della costa sud-occidentale, la cosiddetta Costa Verde.

Per esempio Capo Pecora si distingue per la presenza di grossi massi dai colori biancheggianti e di forma ovale, adagiati su calette intervallate da scogliere che calano a picco sul mare.
Nel periodo estivo la località è presa d’ assalto da camper e roulotte.
Gli amanti dello snorkeling hanno qui la possibilità di visitare uno dei fondali più interessanti e vari della Costa Verde.
In questa località si possono pescare anche le gustose patelle: molluschi della famiglia dei Gasteropodi, che aderiscono alle rocce e ai massi del litorale.

Poco distante e di incomparabile bellezza è invece la spiaggia di Piscinas, circondata per qualche chilometro da dune altissime (tra le più alte d’Europa), modellate dal maestrale, il cui colore giallo ocra è interrotto, a tratti, da ginepri e vecchi olivastri che diventano dei piccoli boschetti. In certi periodi si possono vedere i cervi che si spingono sino al mare e nel mese di giugno, le tartarughe marine che depongono le loro uova. L’acqua è limpida e pulita e presenta un fondale piuttosto profondo.

Durante le immersioni, si possono notare anche tracce del relitto di una nave inglese che, carica di piombo e armata di un cannone, riposa tra la sabbia da qualche centinaio di anni.

Continuando verso nord, si incontra la spiaggia di Torre dei Corsari, che offre diverse possibilità per godere il mare: una spiaggia immensa, alcune calette molto riservate e molte impervie zone rocciose vero paradiso per gli amanti della pesca.

Montagna

Il Monte Arcuentu e l’entroterra minerario

Capo Pecora

La regione dell’Arburese si contraddistingue per la presenza di sistemi collinari geologicamente tra i più variegati della Terra: a sud si eleva la catena del Linas di cui la punta Sa Perda de sa Mesa costituisce la cima più elevata con i suoi 1236 m, più a sord il cosiddetto piano granitico dell’Arburese si arrende all’articolato sistema vulcanico del Monte Arcuentu, m. 785, chiamato anche Pollice d’Oristano.
Il monte non è distante dal borgo di Montevecchio. Avvicinarsi è semplice, data la pendenza minima delle pareti circostanti il torrione. Raggiungere la cima (m 785) rappresenta invece un’impresa ardua ma regala l’emozione di camminare su un vulcano spento, fra enormi muraglioni di basalto sui condotti originati dallo scorrere della lava.
Dalla sommità è possibile godere di un panorama unico: la selvaggia Costa Verde con le maestose dune di Piscinas e Scivu e parte del Golfo di Oristano a ponente, la fertile pianura del Campidano con i suoi piccoli paesi sparsi fin sui monti del Gennargentu a levante.
Sulla sommità del monte è presente una fitta foresta di lecci, fresca anche nelle giornate più afose; sono presenti anche i resti di un vecchio castello medioevale.

Un itinerario in particolare che consigliamo è chiamato “il sentiero del minatore”: si tratta di un sentiero utilizzato dai minatori per raggiungere i vari cantieri di lavoro dislocati lungo la strada provinciale che va da Ingurtosu a Montevecchio quali: Laveria La Marmora, Pozzo Amsicora, Pozzo Fais e Pozzo 92. Ancor prima veniva utilizzato per le attività agropastorali.
Il percorso, lungo 2 km, attraversa la vallata di Sibingia, ricoperta da una rigogliosa vegetazione a macchia mediterranea e a tratti da un fitto bosco di lecci e sughere.

La fauna tipica dell’area è costituita da specie quali il cervo, il cinghiale, la volpe, la martora, il gatto, il coniglio selvatico, la pernice e la poiana.
Per i più esperti è possibile andare anche a cavallo o in mountain bike.

Il Monte Arcuentu deve il suo nome alla particolare forma inarcata delle sua roccia sulla vetta. La sua cima più alta tocca i 785 metri slm e da lì si può ammirare un vasto panorama che spazia dalla Penisola del Sinis alla Giara, dal Monte Arci al Gennargentu, e addirittura fino al Monte dei Sette Fratelli vicino a Cagliari e alla pianura del Campidano nelle giornata più limpide. I tanti sentieri vi faranno attraversare secolari boschi di lecci e immergervi tra le ginestre, gli olivastri e il lentisco. La fauna è invece quella tipicamente sarda: cinghiali, volpi, lepri, cervi sardi, martore, gheppi, aquile sarde.

Storia e Archeologia

Una storia antica segnata dalle miniere

Miniera di Ingurtosu

Il territorio di Arbus ha lasciato moltissime tracce importanti circa il passaggio dei primi uomini: in località S’Omu ‘e S’Orku sono stati scoperti due scheletri umani, battezzati dai ricercatori Beniamino e Amanda, risalenti a circa 8.500 anni fa, durante il periodo del Neolitico. Nel 2011 in località Su Pistoccu, nella Costa Verde, è stato rinvenuto il più antico scheletro umano completo sardo, ribattezzato Amsicora, che visse in un’epoca ancora più remota, ossia durante il periodo di transizione tra il Neolitico e il Mesolitico, 10.000-8.200 anni fa circa.

In un’altra località all’interno del territorio di Arbus nei pressi della strada Montevecchio – Funtanatza, sono stati ritrovati moltissimi reperti di frammenti di ossa umane e oggetti in ossidiana, a testimoniare come alcuni anfratti naturali siano stati utilizzati da primitive comunità. Nel periodo nuragico, durante l’età del bronzo, vennero edificati vari nuraghe e tombe dei giganti, i cui resti sono ancora oggi osservabili.

La successiva presenza romana è anch’essa testimoniata dal ritrovamento di alcune tombe, monete e  lacrimatoi in vetro.

Fino al Medioevo non si hanno documenti che citino il paese di Arbus ma pare che fece parte del Giudicato di Arborea. Il paese, dedito inizialmente all’agricoltura e alla pastorizia, ebbe uno sviluppo molto lento, tanto che nel 1668 contava appena 989 abitanti. Nel 1728 la popolazione saliva a 2126 abitanti.

In quegli anni fiorì nel paese, grazie anche al vasto territorio comunale, l’allevamento di ovini, caprini, bovini, suini e cavalli che, nonostante l’assenza di strade, diede vita ad un commercio intenso soprattutto con Cagliari e Oristano. Altra attività di rilievo era quella dedicata alla tessitura con la produzione di lino, cotone, tela grezza e dell’orbace di cui se ne faceva grande smercio nei paesi del Campidano, praticata dalla quasi totalità delle famiglie: su 670 case censite, 600 erano fornite di telaio.

Il comune conservò la dipendenza dalla baronia di Monreale, appartenente ancora al marchesato di Quirra, fino al riscatto dei feudi avvenuto nel 1836, quando la Sardegna venne divisa in dieci province, e Arbus fu assegnata alla provincia di Iglesias.

In seguito all’ampliamento delle vicine miniere di Montevecchio e Ingurtosu e alla manodopera richiamata da diverse parti della Sardegna, nel 1901 Arbus con 6450 abitanti era uno dei paesi più grandi della diocesi di Ales. L’ulteriore sviluppo delle attività estrattive avvenuto nel periodo successivo alla seconda guerra mondiale portò la popolazione negli anni a metà del Novecento a superare i 10.000 abitanti. Il XX secolo ha invece visto un lento declino del numero di abitanti, causato dalla chiusura degli impianti minerari nella costa, che ha quasi dimezzato la popolazione.

In questi anni, nonostante il crescente numero di disoccupati, il paese sta cercando di incrementare l’economia facendo leva sul settore turistico, valorizzando il grande patrimonio naturalistico delle coste e delle zone montuose del territorio.

Per quanto riguarda alcuni siti di interesse nel centro del paese citiamo la Chiesa di San Sebastiano martire, la cui edificazione risale alla fine del XVI secolo, anche se il luogo di culto ha origini più antiche. La struttura dell’edificio è molto modesta, e le sue linee non rientrano nei canoni di nessuno stile architettonico poiché fu costruita, ampliata e restaurata in periodi diversi. Ancora, la chiesa della Beata Vergine d’Itria, edificata intorno alla prima metà del Seicento. Infine, la chiesa di Santa Barbara, che sorge nel borgo minerario di Ingurtosu. I lavori iniziarono nel 1914 e la chiesa, nonostante il rallentamento dovuto alla prima guerra mondiale, fu inaugurata il 21 maggio 1916. Si articola in tre navate, con volta centrale, sorretta da imponenti colonne di granito.

Folclore e Tradizioni

Tante feste religiose e sagre gastronomiche

ipad_dark.pngTra le numerose feste sacre l’evento più importante è la festa di sant’Antonio da Padova che si svolge ogni anno nel mese di giugno e dura quattro giorni consecutivi.

Durante la festa di Sant’Antonio da Padova si svolge una processione che percorre circa 33 km, accompagnata da gruppi in costume sardo dei paesi vicini, cavalieri bardati a festa e dalle tradizionali traccasLa processione ha inizio ad Arbus il sabato mattina, attraversa il centro abitato di Guspini e giunge fino alla frazione di Sant’Antonio di Santadi, a 3 km dalla spiaggia di Pistis, dove i festeggiamenti proseguono la domenica e il lunedì. Il martedì il simulacro effettua il percorso inverso e i festeggiamenti terminano la notte ad Arbus, con l’arrivo del simulacro del santo, salutato con uno spettacolo pirotecnico.

Altre feste sacre sono quella di Sant’Antonio Abate con l’accensione del falo’ rionale il 17 gennaio, mentre il 20 gennaio avvengono le sobrie celebrazioni del santo Patrono San Sebastiano e quella di San Lussorio in agosto che per modalità si avvicina a quella di Sant’Antonio.

All’inizio di agosto, oltre a varie attività e spettacoli musicali, viene allestita la sagra alimentare a base di carne di pecora e di vitella, prodotto tipico della zona, cucinata intera allo spiedo in occasione del rientro per le vacanze degli emigrati (da cui anche il nome di Sagra dell’Emigrato) che gradiscono l’iniziativa promossa, giungendo da ogni dove per trascorrere le vacanze estive.